Una bottiglia di vino bianco e una di vino rosso imbottigliate in proprio con etichette vendemmia 2022

Etichette da stampare per bottiglie di vino (vendemmia 2024). Gratis!

Allora, avete già acquistato il vino sfuso e lo avete imbottigliato? Bene! Allora, completate il lavoro apponendo sulle bottiglie le etichette scaricabili che abbiamo preparato: il vino figurerà meglio in tavola e con l’annata bene in vista non rischiate di lasciare indietro qualche bottiglia!

mosaico di etichette per vino bianco e rosso: scegli l'etichetta che preferisci, stampa il pdf e applicala

Scegliete quella che piace di più, cliccate per aprire il documento in formato pdf e stampate le etichette: le dimensioni di ciascuna etichetta sono 9×12 cm, quindi ne abbiamo impaginate quattro per ogni foglio in formato A4.

 Etichette per vino scaricabili da stampare (vendemmia 2024)

Dovete ancora travasare?

Potrebbero esservi utili i nostri consigli per imbottigliare e per utilizzare al meglio i tappi di sughero mentre se vi siete portati avanti avanti e avete già completato l’imbottigliamento non vi resta che leggere il post sulle “best practice” per la conservazione del vino.


State ancora scegliendo il vino da acquistare?
Beh, non esitate a contattarci

Chiama ora la Cantina Cartasegna al numero di telefono 3471355541
Scrivi (senza impegno) alla Cantina Cartasegna - link al modulo per l'invio di un messaggio tramite posta elettronica

Ecco alcune delle nostre etichette applicate alle bottiglie. Quali sono le vostre preferite? Ce n’é qualcuna che vorreste poter scaricare nella versione aggiornata per la vendemmia 2019? Contattateci per ricevere l’aggiornamento di una vecchia etichetta.


Condividi questa pagina
condividi su facebook  condividi via email

Altri articoli che potrebbero interessarti:

Segui la luna per imbottigliare (… della serie “Non è vero ma ci credo” ecco il calendario 2026 per l’imbottigliamento)

Diciamolo subito: non c’è alcun riscontro scientifico che le fasi lunari influenzino i complessi processi chimici che trasformano il mosto in vino e, quindi, non c’è un vincolo a seguire il lunario per le varie fasi di lavorazione, il travaso e l’imbottigliamento. Bon.
Ma è tutto?

No, non è tutto, perché sappiamo bene che il vino non è un qualsiasi succo di frutta, bensì un distillato di cultura e tradizioni, una bevanda che ha accompagnato l’uomo nella sua storia e che spesso ha, oggi come ieri, un valore rituale in molte occasioni della vita.
Dunque, se imbottigliate da voi il vino, non solo per avere un risparmio, ma anche per renderlo più vostro, perché così facevano vostro padre e vostro nonno, e se ripetere i loro gesti, le loro usanze, vi fa entrare nel solco di una tradizione, vi fa sentire parte di una storia, ebbene la notizia è che la scienza non dice neppure che seguire la luna arrecherà danno al vostro vino. ;-)

Remake dell'immagine della luna, come volto umano con una navicella spaziale conficcata nell’occhio, che compare nel film di Georges Méliès, Le Voyage dans la Lune (Viaggio sulla luna), del 1902. Nell'immagine al posto del razzo c'è una bottiglia da vino.

Qual’è dunque la migliore luna per imbottigliare secondo la tradizione?

  • La luna calante è la più favorevole per tutti i tipi di vino
  • L’ultimo quarto (gobba a levante) in particolare per i vini dolci e per quelli che dovranno restare in bottiglia più a lungo. In ogni caso, se non avete una cantina particolarmente attrezzata, soprattutto per la chiusura con i tappi di sughero, e climaticamente adatta alla conservazione del vino, sconsigliamo comunque di conservare il vino imbottigliato non professionalmente oltre i 24 mesi.
  • L’ultimo quarto della luna crescente (gobba a ponente) invece conferirebbe alle bottiglie un gradevole frizzantino.
  • Sembrerebbe sconsigliabile invece l’imbottigliamento con la luna nuova (luna nera) ovvero  i primi giorni di luna crescente

Devi ancora acquistare il tuo vino?

Chiama cantina vino sfuso

Altri consigli per scegliere quando imbottigliare

Il periodo più indicato è quello intorno al mese di marzo per i vini da consumare entro l’anno perché con il freddo dei mesi precedenti le sostanze in sospensione si sono depositate sul fondo e si può imbottigliare un vino già limpido.
Per i vini che vogliamo consumare più avanti è meglio aspettare settembre o giù di lì: il vino avrà già maturato un po’ ed avrà avuto modo di stabilizzarsi: sarà così più facile che mantenga le sue caratteristiche più a lungo.
Imbottigliando a primavera è possibile catturare di più i profumi di fiori o frutta mentre a settembre è possibile ottenere un vino più morbido, con meno note acide.


Disegno al tratto in bianco e nero di un uomo che imbottiglia il vino sfuso travasando il vino da una damigiana alle bottiglie utilizzando una cantabrina

Sei alle prese con le tue prime esperienze di imbottigliamento?


Calendario per l’imbottigliamento 2026

Ed ecco qui il calendario dei giorni consigliati per l’imbottigliamento per tutto il 2026 con le fasi lunari calanti e crescenti.  Potete anche scaricare e stampare il lunario per travasare il vino (PDF) per averlo sempre sottomano in cantina e… buon lavoro!

Per Vini frizzanti – PRIMO QUARTO DI LUNA

  • gennaio: dal 26 al 31
  • febbraio: dal 24 al 2 marzo
  • marzo: dal 25 al 2 aprile
  • aprile: dal 24 al 30
  • maggio: dal 23 al 30
  • giugno: dal 21 al 29
  • luglio: dal 21 al 28
  • agosto: dal 20 al 27
  • settembre: dal 19 agosto al 25
  • ottobre: dal 18 al 26
  • novembre: dal 17 al 23
  • dicembre: dal 17 al 23

Per tutti i tipi di vino – LUNA PIENA

  • gennaio: dal 3 al 9
  • febbraio: dall’1 all’8
  • marzo: dal 3 al 10
  • aprile: dal 2 al 9
  • maggio: dall’1 all’8
  • giugno: dal 31 maggio al 7 giugno
  • luglio: dal 30 giugno al 6 luglio
  • agosto: dal 29 luglio al 5 agosto e dal 28 agosto al 3 settembre
  • settembre: dal 26 al 2 ottobre
  • ottobre: dal 26 al 31
  • novembre: dal 24 al 30
  • dicembre: dal 24 al 29

Per vini da invecchiamento e vini dolci – ULTIMO QUARTO

  • gennaio: dal 10 al 17
  • febbraio: dal 9 al 16
  • marzo: dal 11 al 19
  • aprile: dal 10 al 17
  • maggio: dal 9 al 16
  • giugno: dall’8 al 14
  • luglio: dal 7 al 13
  • agosto: dal 6 all’11
  • settembre: dal 4 al 10
  • ottobre: dal 3 al 9
  • novembre: dall’1 all’8
  • dicembre: dall’1 all’8

Ricapitolando:

Quando imbottigliare il vino
calendario lunare 2026 con i mesi e i giorni più indicati per l'imbottigliamento di tutti i tipi di vino oppure, specificatamente, per il travaso dei vini frizzanti o dei vini dolci.

Scarica il calendario per l’imbottigliamento 2026

Nota: l’immagine in alto è elaborata sulla famosa rappresentazione della luna, come volto umano con una navicella spaziale conficcata nell’occhio, che compare nel film di Georges Méliès, Le Voyage dans la Lune (Viaggio sulla luna), del 1902.


Se ti è piaciuto questo contenuto, condividi la pagina:
condividi su facebook  condividi via email

Altri articoli che potrebbero interessarti:

Etichetta bottiglia vino stampabile

Natale 2023: Etichette per bottiglie di vino (scarica e stampa)

La tavola delle feste è sempre speciale, per questo non può mancare una bella bottiglia, del resto si sa, a Natale siamo tutti più buoni… anche il vino ;-)

Personalizza le bottiglie di vino con le nostre etichette scaricabili e pronte per la stampa.


Bottiglia di vino con etichetta a tema natalizio e decorazione con lucine delle feste


Bottiglie di vino con etichette personalizzate per la tavola delle feste: l'etichetta sulla bottiglia di vino bianco ha lo sfondo blu con un grappolo d'uva verde capovolto, che sembra un albero di natale, e la scritta in rosso "Buon Natale". L'etichetta della bottiglia del vino rosso è bianca con 4 cerchi che sono l'impronta del fondo di un bicchiere di vino rosso e che sembrano palline di natale. Sotto, c'è la scritta "Auguri di Buone Feste"

Cliccando sulle immagini o i link sottostanti si aprirà un file PDF con quattro etichette impaginate in un foglio A4 pronto per la stampa.

È il nostro piccolo regalo ai nostri clienti e ai visitatori del sito e anche un modo per fare a tutti tanti

 Auguri di Buone Feste!


Etichetta bottiglia vino stampabile

scarica e stampa questa etichetta


Etichetta Vino Natale 2015 - V

Scarica e stampa questa etichetta


Etichetta Vino Natale

Scarica e stampa questa etichetta


Etichetta Vino Natale

Scarica e stampa questa etichetta


Etichetta Bottiglia Vino Natale - scarica gratis

Scarica e stampa questa etichetta


Hei, già che sei qui, non perderti la nostra promozione!


Bottiglie di vino con etichette personalizzate per la tavola delle feste: l'etichetta sulla bottiglia di vino bianco ha lo sfondo blu con un grappolo d'uva verde capovolto, che sembra un albero di natale, e la scritta in rosso "Buon Natale". L'etichetta della bottiglia del vino rosso è bianca con 4 cerchi che sono l'impronta del fondo di un bicchiere di vino rosso e che sembrano palline di natale. Sotto, c'è la scritta "Auguri di Buone Feste"


0
%
Sconto per i nuovi clienti

Scegli quali vini regalare (Gavi DOCG, Barbera d’Asti DOCG, Bonarda dell’Oltrepo’ Pavese DOC, Piemonte Moscato DOC, Pinot-Chardonnay Spumante Brut e altri ancora) e poi lascia fare a noi: confezioneremo i tuoi doni e li consegneremo per tempo in tutta Italia.


Contattaci 〉

Confezioni Regalo Vini: Offerta Natale 2015

Qual’è il prezzo giusto per il vino sfuso? (trick: prova la “formuletta spannometrica”)

Il prezzo al dettaglio di un vino è determinato da molti fattori, alcuni dei quali, per così dire, “oggettivi” o almeno “misurabili” ed altri meno come, ad esempio, il contesto di consumo, la reputazione e il fascino della tipologia di vino, le dinamiche di mercato e il valore del marchio

Questo secondo gruppo di fattori, che incidono sul “valore percepito”, influiscono significativamente sui vini in bottiglia ed in misura minore sugli sfusi i quali, comunque, al giorno d’oggi, non sono del tutto immuni dalle mode e dai trend di mercato.

Anche volendo prescindere da questi fattori aleatori, restano numerose le componenti alla base della formazione del prezzo del vino sfuso, tali da rendere molto ampia la forbice entro cui considerare un costo ragionevole che, secondo noi, non può essere sotto a 1,50 € e sopra ai 4,00 € al litro. 

In realtà si tratta di una stima soggettiva ed è sicuramente possibile trovare vini al di sotto e al di sopra di questi prezzi ma, personalmente, non ci sentiremmo di raccomandarli: gli uni perché, per offrire un prezzo così basso, su qualcosa bisogna aver risparmiato e gli altri perché, raramente, può valere la pena spendere tanto per un vino che, non essendo imbottigliato professionalmente, potrebbe essere esposto al rischio di deteriorarsi.

Quali sono dunque i fattori che determinano il costo del vino sfuso? 

Il tipo di vitigno, il territorio di produzione, la resa vendemmiale, i processi di vinificazione in cantina, i costi generali di amministrazione, gestione, contributi ed imposte nonché i costi di trasporto e distribuzione e, naturalmente, il profitto dei diversi attori della filiera. 

Più avanti cercheremo di dare qualche informazione in più su queste componenti ma, per ora, ci limitiamo a segnalare che una quota molto importante dei vini che vengono acquistati sfusi sono venduti senza denominazione d’origine, pertanto per questi vini non è possibile conoscere o avere certezza del tipo di vitigno o dell’area di produzione. 

Dunque come fare per orientarsi? A meno che non siate scafati investigatori, dovrete necessariamente fidarvi di chi vi vende il vino e magari cercare di accorciare la filiera, acquistando il vino da un produttore o da una cantina che opera nel territorio di produzione. Anche una visita in cantina, almeno la prima volta, per conoscere personalmente chi cura il vino, è sempre raccomandabile. Ma se la cantina è lontana? Beh, magari può capitare l’occasione di una gita o di un piccolo viaggio, per degustare i vini sul posto e poi farveli recapitare a casa oppure provate ad entrare “in intimità” con il vostro rivenditore, anche solo al telefono, per email o tramite i social e poi acquistate una piccola quantità di vino per assaggiare e lasciar decidere alle vostra papille gustative.

Una volta individuato il tipo di vino e la zona di produzione, come fare per avere un’idea del prezzo? 

A valle delle nostre considerazioni, cercheremo di darvi una “formuletta semplificata” che vi consenta, “spannometricamente”,  di farvi un’idea di un valore di riferimento per l’acquisto del vostro vino preferito.

Quanto costa il vino sfuso al dettaglio

Iniziamo considerando il tipo di uva e il territorio di produzione. 

Unioncamere e BMTI (la società del sistema camerale che si occupa di rilevare e rendere trasparenti i prezzi all’ingrosso) pubblicano, ogni anno a febbraio, un report dei prezzi delle uve da vino rilevati dalle Camere di Commercio (qui l’ultimo report disponibile, quello riferito alla Uve da vino – Prezzi e analisi di mercato – Vendemmia 2021). Sfogliando questo documento, è facile rendersi conto della grande varianza dei prezzi che possono andare, ad esempio, da poco più di 30 cent per un chilo di Lambrusco a quasi 1,30 € per un chilo di uva Nebbiolo (destinata ad essere vinificato come Nebbiolo e non come Barolo, perché in questo caso il prezzo supera i 3,00 €/kg) e sino ai 4,15 €/kg per il Brunello (nome del vitigno Sangiovese coltivato a Montalcino) destinato diventare, appunto, il mitico il Brunello di Montalcino (ma non è verosimile che quest’uva sia destinata alla produzione di vino sfuso, dato il prezzo altissimo a cui può essere venduto il vino in bottiglia). 

Considerando una resa del 60-75%, ovvero calcolando che per produrre un litro di vino, a seconda del vitigno e dell’annata, sia necessario tra 1,4 e 1,6 chili di uva, il primo passaggio da fare per ottenere il costo del vino sfuso, è moltiplicare il prezzo dell’uva per 1,5 (valore medio).

Quanto incide la vinificazione?

Un’interessante analisi del 2017 dei costi di vinificazione pubblicata da www.viten.net mette a confronto tre tipologia di organizzazione aziendale e ne deduce i costi per le attrezzature e le lavorazioni di cantina. Queste le conclusioni:

  • Produzione fino a 300 hl: 0,25 €/litro
  • Produzione fino a 2.00 hl: 0,12 €/litro
  • Produzione fino a 10.000 hl: 0,06 €/litro

Questi valori spiegano come, attuando, un’economia di scala, le cantine, sia quelle sociali che riuniscono più produttori di una stessa denominazione, che quelle private che lavorano con tipi di vini differenti provenienti magari da aziende agricole di piccole dimensioni, riescono ad ottimizzare i costi di cantina.

Quali altre componenti concorrono alla formazione del prezzo del vino sfuso per il consumatore?

Sino a qui abbiamo considerato i costi della conduzione della vigna e della cantina ma mancano ancora i costi generali e la remunerazione. Grossolanamente occorre stimare un’incidenza almeno del 30-40% per raggiungere il “punto di equilibrio” che consente di tenere in piedi l’azienda, dopodiché bisogna sommare il guadagno dell’imprenditore (che però sui vini sfusi è generalmente basso) e che consideriamo intorno al 20%.
Per semplificare anche questo passaggio, diciamo che, approssimando, possiamo raddoppiare il prezzo iniziale, quello di produzione in cantina.

Se poi ricevete il vino a domicilio c’è il costo di trasporto, che però può variare sia in funzione della distanza che della quantità di vino acquistato per cui risulta davvero difficile da stimare in questo contesto, oltre all’eventuale costo per il bag in box se non potete o non volete acquistare il vino in damigiana. Quindi terremo fuori dalla nostra formuletta queste voci. 

Invece, per calcolare il prezzo del vino sfuso per il consumatore, non possiamo esimerci dal considerare un +22% d’IVA.

Ma sul serio avete resistito a leggere sino a qui? Buona notizia: siamo al dunque!

Tiriamo le somme (letteralmente)

Dunque, dicevamo, uno strumento utile per calcolare il prezzo del vino sfuso al litro potrebbe essere la seguente “formuletta spannometrica”: 

(Prezzo di 1 kg di uva x resa + costo vinificazione) x 2 + 22% ± 15%
Scritta sulla lavagna: formuletta per calcolare il prezzo del vino sfuso al dettaglio. Formula: (prezzo di un kg di uva per resa + costo di vinificazione) per 2 + 22% + o - !5%

Sostituendo il prezzo dell’uva prescelta (ricordate lo potete trovare qui https://www.bmti.it/uve-vino/) e una stima del costo di vinificazione e svolgendo il calcolo, troverete un valore di riferimento, intorno al quale dovrebbe assestarsi un ragionevole prezzo di acquisto. Insomma, il risultato sarà ancora un intorno, diciamo un 15% in più o in meno rispetto al valore che avete trovato, ma almeno la forbice non sarà tra 1,5 e 4 euro come stimato in prima battuta.

Facciamo l’esempio di un vino il cui prezzo iniziale dell’uva sia di 0,60€/kg

Torniamo per un momento ai lontani anni della scuola e proviamo subito ad applicare la “formuletta spannometrica” in un piccolo problema di aritmetica: calcoliamo il costo di 1 litro di vino sfuso considerando per l’uva un prezzo di 60 centesimi al chilo e per la resa e la vinificazione dei valori medi rispetto a quelli sopra indicati. Ecco che otterremo:

( 0,60 €/kg x 1,5 kg/l + 0,15 € ) x 2 x 1,22 = 2,56 €/l

Forbice ± 15% --> prezzo tra 2,10€/litro e 2,90€/litro

Speriamo davvero di esservi stati d’aiuto, grazie per la fiducia e la pazienza e… se voleste sapere quanto costano i nostri vini, contattateci.

Sconto del 15% sul primo ordine di vino sfuso di qualità

Chiama la Cantina Cartasegna 3471355541 vini di qualità
Scrivi alla Cantina Cartasegna - vino sfuso di qualità

Dai un’occhiata anche qui, potrebbero interessarti questi articoli:

Oppure le pagine dedicate ai nostri:


Condividi questa pagina
condividi su facebookcondividi via  email

L'immagine in bianco e nero sintetizza il raffronto tra vino sfuso e imbottigliato: a sinistra alcune damigliane impagliate a destra file sovrapposte di bottiglie distese du un fianco. Sovrapposti all'immagine i caratteri VS (versus) in stampatello bianco

Ecco il test per aiutarti a scegliere tra vino sfuso e imbottigliato

Il nostro test e la nostra cantina su “La Stampa”

Cantica Cartasegna - Vini Gavi su "La Stampa"


Leggi l’articolo completo ⇢

Dai un’occhiata anche qui, potrebbero interessarti questi articoli:


Condividi questa pagina
condividi su facebookcondividi via email

Fotografia in bianco e nero di un "muro di bottiglie". Le bottiglie sono disposte distese du un fianco in molte file sovrapposte. La foto inquadra il fondo delle bottiglie

Imbottigliato o sfuso, come compro il vino?

Acquistare il vino imbottigliato o sfuso in damigiana o bag in box è un dubbio molto più diffuso di quanto si creda. Sono molteplici infatti le questioni che influiscono sulla decisione, ad esempio:

  • per quale occasione di consumo sto acquistando il vino
  • se ho la possibilità o meno di imbottigliarlo (ho abbastanza  tempo e l’attrezzatura ed uno spazio adeguato?)
  • se ho intenzione di risparmiare un po’ sul prezzo del vino
  • per quanto tempo e dove posso conservarlo.

Bottiglie regolari e magnum (o bottiglioni)

Vino in bottiglia

La bottiglia di vetro (specialmente se di vetro scuro), chiusa con un buon tappo e sigillata con la capsula termo-retraibile, garantisce la migliore conservazione del vino proteggendolo a lungo da tutti i fattori ambientali, a meno che non la si esponga ai raggi solari diretti o a temperature molto superiori o inferiori a quelle di un qualsiasi ambiente domestico.

Per questo motivo i vini di pregio come i DOCG (vini a Denominazione di Origine Controllata e Garantita, approfondisci la classificazione dei vini in Italia), di norma, possono essere venduti solo in bottiglia. Del resto, il costo del confezionamento in bottiglia rapportato al prezzo alto o molto alto di questi vini non incide poi molto.

Diverso è il discorso se ci confrontiamo con vini di prezzo più contenuto: in questo caso la somma dei costi sostenuti per la bottiglia, il tappo, l’etichetta, la capsula, il cartone per l’imballaggio e la manodopera necessaria all’imbottigliamento, possono incidere significativamente sul prezzo finale del vino. 

Certo, se abbiamo ospiti importanti o vogliamo fare un regalo, anche l’occhio vorrà la sua parte e una bottiglia curata in ogni dettaglio resterà sicuramente la soluzione migliore, ma per un consumo quotidiano, in famiglia, a meno che non vogliate di cimentarvi con l’imbottigliamento “fai da te”, può essere interessante l’acquisto di vino nei cosiddettibottiglioni”, bottiglie di capacità da 1,5 litri o persino da 2 litri (anche se i due litri, iniziano ad essere davvero poco maneggevoli). Il costo per il confezionamento per unità è infatti praticamente identico a quello delle bottiglie da 0,75 litri, ma poiché lo dobbiamo rapportare alla quantità di vino contenuta da ciascuna bottiglia, che è il doppio, di fatto l’incidenza si dimezza.

Infine, c’è un’altro caso in cui il confezionamento in bottiglia (da 0,75 o 1,5 litri) è sicuramente preferibile per acquistare il vino: è quello dei vini frizzanti per i quali variazioni anche piccole della temperatura o uno sballottamento neppure troppo energico possono causare un aumento della pressione nel contenitore e quindi provocare un cedimento nella sacca dei bag in box o far saltare il tappo della damigiana. E questo non vale solo per gli spumanti molto frizzanti ma anche per vini vivaci o mossi come la nostra Bonarda dell’Oltrepò Pavese DOC che, infatti, vendiamo in bottiglie regolari o magnum in tutta Italia, anche con spedizione tramite corriere, e in damigiane a quei clienti che non sono troppo lontani per cui possiamo consegnare di persona, con tutte le attenzioni del caso e con la raccomandazione di travasare il vino in bottiglia al più presto.

Damigiane

Vino in damigiana

L’acquisto in damigiana implica che vogliate cimentarvi nell’imbottigliamento di tutto il vostro vino entro un periodo breve (1-2 settimane al massimo): non è davvero possibile conservare il vino nella damigiana. Per il tipo di chiusura e per la particolare forma a boccia del contenitore, mano a mano che cala il livello, la quantità di vino esposta all’aria aumenta: sulla superficie a contatto con l’ossigeno i batteri causano ossidazione dell’alcol etilico e la formazione dell’acido acetico, difetto comunemente noto come “spunto (scopri le Malattie del vino e come evitarle), che rapidamente compromette tutto il contenuto della damigiana. 

Ma, in fondo, imbottigliare non è un’operazione troppo complessa o che richieda molto tempo o un’attrezzatura costosa. Dunque vediamo di cosa avete bisogno:

  • bottiglie nuove o lavate e asciugate accuratamente;
  • tappi di sughero di buona qualità o altrimenti sintetici (per saperne di più sulle diverse tipologie di tappo leggi il nostro articolo Tipi di tappo: qual’è il migliore per il vino?);
  • una tappatrice a colonna (il prezzo si aggira dai 25 ai 50 euro);
  • la cannula da travaso o travasatore a soffio o come si dice dalle nostre parti la “cantabrina” o “cantabruna” (costo entro i 10 euro);
  • un piano rialzato, un panchetto robusto o un tavolo, su cui posizionare la damigiana per creare il dislivello necessario al travaso del vino.

Per una guida dettagliata vi rimandiamo ai consigli del cantiniere per un imbottigliamento perfetto.

Invece, per tornare alle motivazioni, sono molte le persone, anche giovani, che amano imbottigliare il vino, di solito per continuare una tradizione familiare che iniziava con la gita in campagna per scegliere e comprare il vino e si concludeva nella cantina di casa con i ragazzini a fare da assistenti durante il travaso. 

Per venire ai prezzi, bisogna riconoscere che il risparmio è notevole e, se non si acquistano vini DOC, il prezzo al litro del vino sfuso può arrivare al 50% di quello in bottiglia.

L’aspetto più delicato alla fine resta quello della scelta del vino. I nostri consigli sono di prediligere vini adatti ad essere consumati giovani (meglio non conservare per oltre un anno i vini imbottigliati da sé) ma di buona gradazione (almeno 12% vol. di alcol), infatti i vini con un più alto grado alcolico sono meno soggetti alle malattie.
Specialmente se decidete, ed è una decisione sensata, di optare per un vino senza denominazione, considerate che non avrete garanzie sulla qualità del prodotto che state per acquistare dunque, se potete, seguite l’esempio del nonno o di papà e cogliete l’occasione di una giornata di bel tempo per andare a trovare il vostro fornitore in cantina, per conoscerlo, guardarvi un po’ intorno e magari assaggiare il vino.

Bag in box

Vino in bag in box
Bag in box da 5, 10 e 20 litri – Tipografia Piano

Dopo un’iniziale diffidenza verso un tipo di confezionamento effettivamente poco dotato di “poesia”, le innegabili doti di praticità di questo contenitore ne stanno decretando un crescente successo. Il bag in box è composto da una sacca in materiale plastico dotata di un rubinetto a pressione e inserita in una scatola di cartone che ne determina la stabilità e la resistenza agli urti come alle variazioni di temperatura (per approfondire leggi l’articolo Vino in bag in box: la praticità è anche qualità?).

Il vino può essere comodamente spillato dal rubinetto e, mano a mano che fuoriesce, la sacca si accartoccia su se stessa. Il rubinetto infatti consente al vino di uscire ma non permette all’aria di entrare, in questo modo il vino che avanza nella sacca non entra a contatto con l’aria, ragione per cui si conserva tranquillamente per 3-4 settimane o più anche dopo l’apertura della confezione.

Nei paesi nordici i bag in box da 2 e 3 litri hanno trovato posto nei frigo o su un piano in cucina da cui si riempie direttamente il bicchiere per l’aperitivo o da portare a tavola. Da noi si sono invece diffusi maggiormente le confezioni più grandi da 5, 10 oppure 20 litri e, in molti casi, il bag in box viene utilizzato da chi ama travasare il vino in bottiglia perché semplifica, e non poco, le operazioni di imbottigliamento. Infatti il bag in box è molto più leggero e maneggevole della damigiana, il rubinetto semplifica il riempimento delle bottiglie ed infine il vino può essere conservato in cantina o in un armadio, lontano da fonti di calore, anche per 3-6 mesi prima di essere aperto (il periodo varia in funzione della tipologia di vino e delle condizioni di conservazione).

Per il costo del vino in bag in box valgono le stesse considerazioni fatte per il vino sfuso in damigiana al netto del costo della confezione (che al contrario della damigiana non può essere riutilizzata) ma che non dovrebbe superare i 2 euro.

Un altro utilizzo sempre più diffuso del bag in box, specialmente in estate, è in vacanza oppure nelle occasioni conviviali. Molte persone infatti trovano pratico portare con sé questi contenitori piccoli ma capienti e resistenti quando partono per la casa delle vacanze o per un viaggio in camper. Ci sono poi le gli aperitivi e le feste in giardino o terrazza, le “braciolate” e le “pizzate” ed in queste occasioni è davvero comodo mettere sul tavolo un bag in box, invece di tante bottiglie, così che gli invitati possano riempire il bicchiere alla spina

Speriamo di avervi aiutato a mettere in ordine le idee e a decidere che tipo di confezione scegliere. Invece, per quanto riguarda la scelta del vino, date un’occhiata al nostro catalogo vini del Monferrato e dintorni e contattateci per informazioni sulle consegne a domicilio e sui prezzi: a tutti i nuovi clienti offriamo uno sconto di benvenuto del 15% sul primo ordine.

Abbiamo raccolto qualche riflessione per aiutarti a scegliere e preparato un breve test per scoprire se si un tipo da damigiana, bag in box, bottiglia o bottiglione.

Dai un’occhiata anche qui, potrebbero interessarti questi articoli:


Condividi questa pagina
condividi su facebookcondividi via  email

Nella parte a sinistra alcuni grappoli d'uva vitigno dolcetto: i grappoli hanno i chicchi viola maturi e la vite foglie di un verde sgargiante. La parte a destra è uno sfondo blu/viola scuro uniforme

2019. È l’anno del Dolcetto… finalmente!

Il Dolcetto è un vino sorprendente.

Sorprende il suo colore rubino vivo ma al contempo profondo; sorpende trovare nel suo profumo fresco e vinoso una nota di mandorla; sorprende il suo sapore secco con retrogusto amarognolo, quando il nome lascerebbe intendere che ci stiamo avvicinando ad un vino zuccherino; sorprende l’equilibrio che esprime anche se bevuto ancora giovane, in virtù della bassa acidità e dei tannini sufficienti a renderlo gradevolmente ruvido sulla lingua ma mai troppo allappante.

Vitigno Dolcetto: grappolo ampio con bacche piccole e bluastre

Sorprendente quindi potrebbe apparire anche la notizia che un vino tanto accattivante necessiti di un importante rilancio per contrastare un, oramai molto lungo, periodo di progressivo abbandono, invece le ragioni della “crisi del Dolcetto” sono molteplici e non semplici da coreggere.

Benvenga allora l’iniziativa di Regione Piemonte, Consorzi di tutela, Enoteche regionali e Botteghe del vino di eleggere il 2019 anno del Dolcetto per accendere l’interesse sul vitigno e farne conoscere i diversi vini che ne derivano, ben 12 denominazioni solo in Piemonte, tre DOCG e 9 nove DOC: Dogliani DOCG, Dolcetto di Diano d’Alba o Diano D’Alba DOCG, Dolcetto di Ovada Superiore o Ovada DOCG, Dolcetto d’Alba DOC, Dolcetto d’Asti DOC, Dolcetto d’Acqui DOC, Monferrato Dolcetto DOC, Colli Tortonesi Dolcetto DOC, Langhe Dolcetto DOC, Pinerolese DOC Dolcetto, Dolcetto di Ovada DOC e il Piemonte Dolcetto DOC (Apri la mappa delle denominazioni DOC e DOCG del Dolcetto in Piemonte fonte: visitpiemonte.com).

Scopriamo insieme le contraddizioni di un vino che, ne siamo certi, vi intrigheranno e che vi faranno desiderare di scoprirlo per sorprendervi anche voi.

Guarda il video di presentazione dell’iniziativa.

Il Dolcetto è dolce… e non lo è.

Il vino Dolcetto è secco, la bacca invece ha un sapore dolce.
Ecco che già nel nome, il quale peraltro sembra non derivi neppure dalla sensazione al palato quanto piuttosto dal tipo di territorio più adatto alla coltivazione, i dossi (duset) collinari, si innesta la prima criticità.
Infatti, il fraintendimento può portare un consumatore non edotto a NON scegliere, o anche a scegliere, questo vino per la ragione sbagliata. Che ci sia stata anche questa riflessione, oltre all’evidente intenzione di valorizzare il territorio, alla base della scelta del consorzio di Dogliani di omettere il nome del vigneto nella denominazione?
Da qui scaturisce l’importanza, quasi un’urgenza, di raccontare il Dolcetto e il calendario delle iniziative in programma per quest’anno di occasioni per farlo ne offre davvero molte (scarica il calendario eventi: 2019 Anno del Dolcetto  fonte: visitpiemonte.com).

Secco sì ma poco acido e quindi morbido.
Questa qualità rende il Dolcetto gradevole quando è ancora molto giovane e nello stesso tempo rende più delicato l’invecchiamento. Così le stesse ragioni che sono all base della sua fama di vino beverino, a tutto pasto che ne ha decretato lo straordinario successo di un tempo si pongono anche alla base della difficoltà attuale di soddisfare il gusto del consumatore moderno, sempre meno incline a portare in tavola ogni giorno un vino semplice e più interessato al vino come esperinza, ricca di complessità, da vivere in particolari occasioni.

Dunque la valorizzazione del Dolcetto si muove, o meglio si è già mossa, su un doppio binario. Da una parte dando nuovo lustro alle qualità di freschezza e bevibilità che questo vino, già equilibrato ed armonico nel primo anno, offre senza mai scadere nel banale, compiacendo chi cerca un vino conviviale o attraverso il quale iniziare un percorso di assaggi, oltre che un vino che si sposa meravigliosamente con tutti i piatti più importanti della ricca tradizione clulinaria piemontese.
Dall’altra con il lavoro in cantina prezioso e accurato di molti produttori si è data vita a vini di maggiore complessità, adatti all’invecchiamento e capaci di offrire soddisfazione anche ai palati più esigenti.

I Dolcetto sono tanti

l Dolcetto vanta una lunga tradizione soprattutto nelle Langhe (zona di Alba e Dogliani) e nel Monferrato (zona di Acqui e Ovada), tanto da costituire quasi un binomio inscindibile con queste terre sebbene la coltivazione sia idonea anche in Abruzzo, Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Sardegna, Umbria e in Liguria dove, forse, potrebbe trarre le sue origini e dove prende il nome di Ormeasco.
Oltre alle nove denominazioni piemontesi sono ammesse altre tre DOC (Ormeasco di Pornassio, Valpolcevera e Valsusa) e ventidue IGT.

Dolcetto Denominazioni Ammesse

MIPAAF – Registro Nazionale delle Varietà di Vite: Dolcetto Denominazioni Ammesse

Il Dolcetto è un vitigno che interpreta terreni diversi offrendo esperienze diverse: ancora una volta un punto di forza che è anche un vulnus perché se da una parte la ricchezza espressiva è sempre un valore, dall’altra rende più complesso tracciarne un’identità, renderlo universalmente riconoscibile.

Un giovane molto âge

Sicuramente coltivato allo scadere del XVI secolo, ma forse già diffuso alla fine del Medioevo, il vino Dolcetto vive, a partire dall’iniizo del XIX, secolo quasi 100 anni di grande diffusione soprattutto nelle regioni di Nord-Ovest: Liguria, Pemonte e Lombardia.
Sarà l’epidemia di filossera che investe il nostro paese a cavallo tra otto-novecento a segnare la storia del Dolcetto con due importanti contromisure: il reimpianto delle viti su base radicale americana (la quale aveva sviluppato resistenza al parassita) che ha determinato un interruzione nell’evoluzione del vitigno originario (ne sopravvivono solo pochi, sparuti impianti) e un’ampia sostituzione con impianti di Barbera, vitigno con cui condivide i terreni di elezione ma che risulta più resistente e offre una resa maggiore.
Inoltre, in tempi più recenti, lo straordinario successo globale di Barolo e Barbaresco e la conseguente alta remunerabilità di questi vini, hanno indotto nelle Langhe una massiccia sostituzione delle colture a Dolcetto con vigne di Nebbiolo.
Insomma i dati parlano chiaro: l’ISTAT rileva una riduzione delle superfici vitate a Dolcetto, a livello nazionale del 60% tra il 1970 e il 2010, mentre in Piemonte gli ettari coltivati da Dolcetto passano da 5.246 (dato ISTAT) del 2010 ai 3.800 del 2018 (dato Regione Piemonte).

MIPAAF - Registro Nazionale delle Varietà di Vite: Dolcetto- Evoluzione delle superfici vitate

MIPAAF – Registro Nazionale delle Varietà di Vite: Dolcetto- Evoluzione delle superfici vitate

Per invertire questa tendenza è evidentemente indispensabile aumentare la redditività dei vini Dolcetto ovvero stimolare un aumento del prezzo per incentivare i produttori. In questo senso la riduzione delle quantità disponibili ha già dato un piccolo contributo: la minore offerta comporta di per sé un incremento del prezzo. Ma il vero fronte su cui lavorare è sicuramente quello della maggiore qualità e soprattutto di una forte crescita della domanda.

Ed ecco l’ultimo dei paradossi: un vino che si fa apprezzare da giovane ma che sta imparando ad invecchiare bene e, al cotempo, un vitigno antico che dovrà essere impiantato nuovamente e che quindi darà vita a giovani vigneti.

Per tutte queste ragioni, che sono contraddizioni solo dialettiche, non possiamo che auguraci che l’Anno del Dolcetto sia un grande successo e segni la riscossa di un vino che amiamo moltissimo.

2019 Anno del Dolcetto, Emoji Pattern, Simone Monsi

Emoji Pattern, 2018 di Simone Monsi, Visual artist. Pattern grafico commissionato per il Padiglione Piemonte a Vinitaly 2018 ed etichetta ufficiale di 2019 Anno del Dolcetto.

Per restare aggiornati sulle iniziative consigliamo di seguire la pagina Facebook di Piemonte Land, organismo che riunisce i principali Consorzi del vino piemontesi e armonizza le strategie di promozione del vino sui mercati nazionale e internazionali.

Bottiglie di vino come bomboniere per matrimonio? Wine not?

Originali, utili, eleganti… insomma sei a caccia di una grande idea per le bomboniere per il tuo matrimonio, scegli le bottiglie di vino personalizzate con un collarino, un sacchettino di confetti o un’etichetta appositamente disegnata.

E non solo per il matrimonio, anche per l’anniversario di nozze le bottiglie di vino sono un’idea molto apprezzata da tutti gli ospiti… beh, se il vino è buono, naturalmente ;-) .

Alcuni dei nostri clienti hanno acquistato le bottiglie di vino per realizzare delle bellissime bomboniere: prendi ispirazione dalle loro creazioni per il tuo matrimonio, sfoglia le immagini che gli sposi hanno condiviso con noi.

Matrimonio di Elisa e Francesco

Bottiglia di Vino come Bomboniera Matrimonio - Soffioni

Martina e Alessio - Matrimonio tema vino: bomboniere e bottiglie al tavolo

Alexandra e Daniele - Bottiglie di vino come bomboniere

Alice e Marco: bottiglie di vino come bomboniere


Precedente
Successivo

E se pensi ad una festa di nozze o di anniversario interamente a tema vino, allora le bottiglie possono diventare anche un’ottima idea per numerare il tavolo, presentare il menu, creare un originale centrotavola:  per trovare nuove idee, dai un’occhiata alla nostra bacheca dedicata a matrimoni e anniversari su Pinterest.

Il costo? I prezzi possono variare anche significativamente (per i nostri vini all’incirca tra i 4,50 € e i 9,00 € a bottiglia) in funzione della qualità di vino scelta ed a seconda che decidiate di ricevere le bottiglie già etichettate oppure optiate per il “fai da te“.

Come la tipologia di vino  è importante scegliere una qualità che vi dia piena soddisfazione e sia una piacevole scoperta per i vostri ospiti, dunque vi consigliamo di ordinare dei campioni da assaggiare o di recarvi in cantina per una degustazione.


Etichetta Matrimonio Bottiglie Vino


Etichetta per bottiglia personalizzata matrimonio


Per informazioni su i vini che è possibile ordinare con le nostre etichette personalizzate o per prendere un appuntamento per venire a trovarci in cantina chiamaci al numero 347 1355541 oppure scrivici tramite il modulo di contatto.

Grazie ad Alice e Marco, Elisa e Francesco, Martina e Alessio per averci scelti e averci concesso l’uso delle immagini delle bottiglie realizzate per i loro matrimoni.

Halloween: Etichette da stampare per bottiglie di vino

Personalizzate anche le bottiglie alla vostra festa di Halloween con le etichette scaricabili e stampabili a tema “Mexican skull“, rettangolare su fondo nero o da scontornare.

Etichette vino scaricabili Halloween - Total BlackScarica e stampa questa etichetta Etichette vino scaricabili Halloween - CropScarica e stampa questa etichetta

Hei, già che sei qui, Dolcetto o Scherzetto?

Scopri il nostro meravigioso Monferrato Dolcetto DOC… buono da paura!

Quante calorie ci sono in un bicchiere di vino?

Il vino fa ingrassare? Quante calorie contiene un bicchiere di vino?

Due bicchieri a calice da vino rosso, sono affiancati su un tavolo. uno dei due contiene vino, l'altro un metro da sarta arrotolato.
Si avvicina la prova costume, state per lanciarvi in una dieta dell’ultima ora e vi chiedete: sarà davvero necessario rinunciare anche a un bicchiere di vino?
A questa domanda cerca di dare risposta anche il Parlamento Europeo che con indefessa smania legiferatrice sta lavorando a un disegno di legge per imporre l’indicazione del contenuto calorico del vino in etichetta, così da favorire un consumo più consapevole anche sotto questo aspetto.
In attesa di sapere se, come e quando dovrà essere fornita questa indicazione, vediamo in che modo, già oggi, ci possiamo orientare per capire quante calorie ci sono dentro al nostro bicchiere di vino.

Che relazione c’è tra grado alcolico e contenuto calorico?

L’uva con cui è prodotto il vino contiene zuccheri, che, durante la fermentazione, si trasformano in alcool alimentare (alcol etilico o etanolo) , quindi la prima equazione è intuitiva:

+ zuccheri = + alcool

Siccome il contenuto calorico dello zucchero è significativo e non và disperso nell atrasformazione in alcool, ne segue che:

+ alcool = + calorie

Pertanto ecco il primo indizio: osservate sull’etichetta il grado alcolico della vostra bottiglia: tanto più è alto, tanto maggiore sarà l’apporto calorico.

Ma se volessimo un dato più preciso? Allora bisognerà fare qualche calcolo.
Supponiamo di voler calcolare il contenuto calorico di un bicchiere del nostro Gavi DOCG e della nostra Barbera d’Asti DOCG. I dati che ci servono sono i seguenti:

  • Quanto alcool contiene il  vino? Il tasso alcolometrico indicato in etichetta esprime in percentuale la quantità di alcool sul volume complessivo. Ad esempio, per il Gavi DOCG,  l’indicazione 12,5% vol. significa che in 100 ml di vino ci sono 12,5 ml alcool, mentre nel caso della Barbera d’Asti a 13 gradi, in 100 ml di vino troviamo 13 ml di alcool.
  • Quante calorie contiene l’alcool? 7 calorie per grammo
  • Qual’è il peso specifico dell’alcool? 0,79 kg/l
  • Quanto vino c’è nel bicchiere? Questo dato è variabile sia in funzione della capacità del bicchiere che del livello sino al quale è riempito. In genere, in un bar o al ristorante, vi serviranno circa 80-100 ml di prosecco, spumante o champagne, 100 -120 ml di vino bianco e 125-150 ml di vino rosso (i bicchieri per i bianchi e, ancor più, le flûte sono meno capienti dei calici per il vino rosso che sono solitamtente piuttosto grandi e se non li si riempie per almeno 1/3 sfigurano). Ipotizziamo quindi 100 ml per il Gavi DOCG e 150 per la Barbera d’Asti.

E infine, qual’è formula per calcolare l’apporto energetico dei nostri vini?

calorie = quantità di alcool x peso specifico x valore energetico dell’alcool

Che nel caso del Gavi DOCG significa:   (12,5/100 x 100 ml) x  0,79 gr/ml x 7 cal/gr= 69,5 cal
e nel caso della Barbera d’Asti:    (13/100 x 150 ml) x  0,79 gr/ml x 7 cal/gr= 108 cal

Valori per 100 ml di vino Cortese di Gavi DOCG: Alcol 12,5% vol.; Zucchero 2g/litro; Per 150 ml di vino Barbera d'Asti Docg: Alcool 13%vol; Zucchero residuo 3 grammi/litro; Calorie 108.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              nncx

Ma è tutto qui, oppure dobbiamo tenere conto anche di altri fattori?

Davvero lo zucchero può incidere sulle calorie complessive?

Lo abbiamo già detto all’inizio: + zucchero = + calorie e, prima della fermentazione, di zucchero ce n’è davvero parecchio se si considera che nel succo d’uva la quantità è compresa tra 150-250 g/kg.
Tuttavia, dopo la fermentazione, la quantità di zucchero residuo in un vino secco è del tutto trascurabile (meno di 4 grammi per litro) per cui lo è anche il suo apporto energetico.
Così se, ad esempio, riconsideriamo il nostro Gavi o la nostra Barbera d’Asti, riscontriamo una quantità di zuccheri totali (fruttosio + saccarosio + glucosio) residui davvero minima: rispettivamente di 2 g/l e 3 g/l.

A questo punto il calcolo è semplice: basta infatti moltiplicare l’apporto calorico di un grammo di zucchero, che è di 3,92 calorie, per la quantità di zucchero residuo presente nel di vino e rapportarlo alla quantità di vino contenuta nel bicchiere. Quindi, ad esempio, le calorie derivanti dallo zucchero presente nel bicchiere contenente 100 ml di Gavi DOCG, sono: 3,2 cal/g x 2 g/l x 0,1 l = 0,44 cal … praticamente niente. 

Bottiglia di Piemonte Moscato Doc con accanto una coppa di vetro inciso contenente lo stesso vino.Il discorso è diverso nel caso di un vino dolce che deve avere un quantitativo minimo di zucchero di 45 grammi per litro. Ad esempio, se consideriamo una coppa di Piemonte Moscato DOC, con residuo zuccherino di 125 g/l, dovremo aggiungere alle calorie derivanti dalla componente alcoolica, in questo caso sensibilmente bassa ( 5,5% vol.), per cui potrebbero sembrarci poche:

(5,5/100 x 100 ml) x  0,79 gr/ml x 7 cal/gr =
31 cal dovute alla componente alcoolica

quelle apportate dal residuo zuccherino, che sono di più:

3,2 cal/g x 125 g/l x 0,1 l =
40 cal  dovute al residuo zuccherino

Totale: 72 cal. per 100 ml di vino.

Tutto considerato,  più che il calcolo, per il consumatore,  può risultare difficile conoscere questa quantità di zucchero presente nel vino, considerato che non è obbligatorio indicarla in etichetta.
Infatti, solo per i vini spumanti (sovrapressione a 20°C non inferiore ai 3 bar) la normativa  prevede che sia riportata sempre l’indicazione del tenore di zucchero così espressa:

brut nature Se il tenore di zucchero è inferiore a 3 g/l
extra brut Se il tenore di zucchero è compreso tra 0 e 6 g/l
brut Se il tenore di zucchero è inferiore a 12 g/l
extra dry Se il tenore di zucchero è compreso tra 12 e 17 g/l
sec Se il tenore di zucchero è compreso tra 17 e 32 g/l
demi-sec Se il tenore di zucchero è compreso tra 32 e 50 g/l
doux Se il tenore di zucchero è superiore a 50 g/l

Per tutti gli altri vini non è obbligatorio dichiarare il contenuto in zuccheri non fermentati, ma chi lo fa (e in realtà non è infrequente trovarne esplicita indicazione, magari nella contro etichetta)  allora deve attenersi a queste indicazioni:

secco Se il tenore di zucchero non è superiore a 4 g/l
abboccato Se il tenore di zucchero è superiore al limite massimo sopra fissato ma non supera 12 g/l
 amabile Se il tenore di zucchero è superiore al limite massimo sopra fissato ma non supera 45 g/l.
dolce Se il tenore di zucchero è almeno pari a 45 g/l

In realtà nel 2012, il DM del 13 agosto, ha stabilito anche le indicazioni che possono essere utilizzate per i vini liquorosi (con titolo alcolometrico effettivo non inferiore a 15% vol. e non
superiore a 22% vol.):

secco Fino a 40 g/l
semisecco o amabile Da 40 a 100 g/l
dolce Superiore a 100 g/l

e per quelli frizzanti (vini con titolo alcolometrico effettivo non inferiore a 7% vol. e che
presentano una sovrapressione non inferiore ad 1 e non superiore a 2,5 bar):

secco Da 0 a 15 g/l
semisecco o abboccato Da 12 a 35 g/l
 amabile Da 30 a 50 g/l
dolce Superiore a 45 g/l

Crediamo di avervi detto tutto il necessario quindi proviamo a riassumere.

Quanto incide il consumo di vino sul nostro fabbisogno energetico giornaliero?

Un consumo assennato di vino può incidere per circa il 7-12% del nostro “budget” calorico

Per calcolarlo abbiamo considerato un paio di bicchieri a media gradazione alcolica e li abbiamo rapportati al fabbisogno giornaliero “standard” di un adulto che è poco al di sopra di 2000 calorie … anche se si sa che questo valore può variare in funzione del sesso della corporatura e dello stile di vita e può essere inferiore in un periodo in cui siamo sottoposti a un regime alimentare restrittivo (come nel caso di una dieta), si tratta in fin dei conti una percentuale davvero modesta.

Il vino è più o meno calorico delle altre bevande?

Sia all’aperitivo che a tavola bere un bicchiere di vino comporta una minore assunzione di calorie rispetto al consumo di altre bevande alcoliche o dolcificate.

Il contenuto energetico è molto inferiore a quello di un qualsiasi superalcolico che potreste ordinare per aperitivo ma è anche complessivamente inferiore a quello di una lattina di una qualsiasi bibita gassata dolcificata (come la Coca Cola), di una birra, di un the freddo o di un succo di frutta industriale perché, sebbene il valore energetico di queste bevande per 100 ml sia inferiore, la quantità che se ne consuma è generalmente almeno doppia o tripla.

Il contenuto calorico del vino varia significativamente tra le diverse tipologie?

La differenza di contenuto energetico tra i diversi tipi di vino non è abbastanza significativa per poter ragionevolmente influenzare la vostra scelta

Non vorrete davvero scegliere il vino da portare a tavola in funzione di un eventuale risparmio di poche decine di calorie? Piuttosto rinunciatevi per uno o due giorni ma poi concedetevi il lusso di assaporare con serenità il vostro vino preferito, quello più adatto ai vostri piatti, alla situazione o magari solo al vostro umore .

Il vino, più di altre sostanze alcoliche, è parte della nostra cultura da tempo immemore, accompagna il rito dello stare a tavola e sottolinea le nostre celebrazioni: un brindisi si unisce sempre ad un augurio, un riconoscimento, un festeggiamento. Il contesto nel quale avviene il consumo è molto importante e può influire sugli effetti che ne conseguono: insomma beviamo  vino moderatamente, responsabilmente e serenamente. Salute !! :-)

Le persone ritratte nel quadro sono riunite intorno ad una tavola imbandita all'aperto. Sette uomini, sono in piedi e tengono alti i calici per un brindisi con un vino bianco, champagne o spumante, si può supporre dal tipo di bottiglie aperte, in gran numero, sulla tavola. Ci sono anche tre donne ed una bimba, sedute ma anche loro con i calici levati. La luce che filtra nel giardino frondoso e calda e assolata, siamo in primavera o estate. L’atmosfera è gioviale.

Hip, hip, urra! Festa degli artisti a Skagen, Peder Severin Krøyer, 1888. Museo d’arte di Gotheborg

Panino Monferrino: robiola di Roccaverano, miele, nocciole, testa in cassetta di Gavi

Panino Monferrino: mai più senza! Tanti prodotti tipici in un sol boccone

Il Panino Monferrino ce lo siamo inventato noi… forse.
Beh, può essere che qualcuno ci avesse già pensato, ma noi non lo sapevamo e così, quando abbiamo avuto l’idea di sposare i sapori più buoni del nostro territorio, il risultato ci è apparso subito come una rivelazione: il paradiso fatto panino :-D .

Panino Monferrino: robiola di Roccaverano, miele, nocciole, testa in cassetta di Gavi

Dunque per preparare il “Panino Monferrino” perfetto vi occorre:

  • pane: meglio se tipico, così vi consigliamo le papere, panini tipici caratteristici del Monferrato, bianchi, molto leggeri (a volte, quasi vuoti dentro) ma con la crosta sottile e quindi al contempo morbidi e croccanti. La papera è piuttosto diffusa anche in Liguria e si riconosce facilmente perché nel mezzo ha un avvallamento, fatto con il taglio della mano prima di mettere il pane in forno;
  • robiola di Roccaverano: è un formaggio DOP a pasta fresca prodotto con latte caprino. Può essere di pura capra oppure con latte misto (minimo 50% capra + latte vaccino e/o ovino). Noi amiamo i sapori forti e quindi di solito utilizziamo quello di pura capra… però può non piacere a tutti (abbiamo avuto ospiti stranieri che proprio non ce l’anno fatta). Per maggiori informazioni consultate il sito del Consorzio per la tutela del formaggio robiola di Roccaverano DOP;
  • miele: noi usiamo quello di Gavi, dei nostri vicini Giada, Ilde e papà Sergio e quindi possiamo dire di conoscere molto bene i produttori… ape per ape!
  • nocciole: naturalmente Piemonte IGP vale a dire la migliore del mondo. Altre info sul sito del Consorzio Tutela Nocciola Piemonte;
  • testa in cassetta di Gavi: è il pezzo forte della composizione, un salume “povero” della tradizione contadina prodotto con vari tagli “di risulta” di maiale e di manzo. E proprio in questo sta la particolarità della testa in cassetta di Gavi (presidio Slow Food http://www.fondazioneslowfood.com/it/presidi-slow-food/testa-in-cassetta-di-gavi/): nell’utilizzo di tagli di bovino (lingua, muscolo e cuore), che la rendono più delicata, e di aromi come pepe, cannella, coriandolo, chiodi di garofano e noce moscata;

Testa in cassetta di Gavi e Robiola di Roccaverano

Insomma per una merenda “rinforzata”, all’aperitivo o nel pranzo al sacco, il Panino Monferrino è il nostro “must to have”.

Ah, cosa bere insieme? Naturalmente un vino del territorio: a tutto Monferrato!

Gelatina di vino Vin Brule

Gelatina di vino rosso o vin brulé

La gelatina di vino è una vera lecornìa da degustare con un tagliere di formaggi ma può essere anche un dessert da consumare in purezza o da accostare alla pasticceria secca.

Potete preparare la gelatina in piccoli vasetti oppure potete utilizzare degli stampini per preparare piccole forme che decoreranno magnificamente i vostri piatti: perché le gelè di vino non sono solo buone ma anche belle!

Gelatina di vino Vin Brule

La gelatina di vino più buona è per noi quella ottenuta partendo da un buon  vin brulé (nell’immagine sotto le proporzioni tra gli ingredienti nella nostra ricetta)

Gelatina di vino - Vin Brule ingredienti

La ricetta base però prevede semplicemente l’utilizzo di un buon vino rosso fruttato con un po’ di zucchero (la proporzione dipende dai gusti ma noi consigliamo di non superare mai i 300 grammi per litro di vino ) e una sostanza gelificante. Il tipo e la quantità di addensante da utilizzare possono essere scelti secondo le proprie preferenze (per approfondire vi segnaliamo i consigli  di Intravino)
Noi che non prepariamo mai le la gelatina di vin brulé per conservarla a lungo, come le marmellate, ma solo per l’occasione, preferiamo i fogli di “colla di pesce” perché sono semplici da dosare ed utilizzare garantendo sempre un buon risultato.
Se intendete preparare dei piccoli vasetti consigliamo di impiegare 8 grammi di colla di pesce per ½ litro di vino, per avere una consistenza più morbida, mentre per una buona riuscita delle formine sono necessari 12 grammi di colla di pesce per ½ litro e comunque, se volete che si presentino al meglio, è preferibile prepararle il giorno stesso.

Gelatina di vin brulleLa realizzazione è molto semplice: preparate il vin brulé secondo la ricetta e mentre aspettate che raffreddi un po’ per filtrarlo ammollate i fogli di pesce per una decina di minuti in un po’ di acqua fredda quindi strizzate i foglietti e fateli sciogliere nel vino caldo. Riempite i vostri contenitori e quando non saranno più caldi trasferiteli in frigo dove dovranno riposare per almeno 4 ore.

 

Guida Gavi e dintorni: tra vigneti e antichi castelli

Itinerario Gavi e dintorni: tra vigneti e castelli storici

I dintorni di Gavi sono costellati da una moltitudine di borghi medioevali, ciascuno con la propria rocca fortificata o castello signorile, che si alternano al paesaggio di vigna e a sporadici boschetti. Così, per una rapida visita che possa consentirvi di cogliere l’essenza di questo territorio quasi con un solo sguardo, abbiamo preparato un itinerario ad anello (più o meno) di circa 60 km, con partenza e arrivo dall’uscita Serrvalle Scrivia dell’Autostrada A7 Milano – Genova (non ci si può sbagliare: è la stessa dell’Outlet).

Non abbiamo incluso strade sterrate ma alcune, sebbene asfaltate, sono stradine decisamente secondarie. Tuttavia, in genere, le direzioni sono ben segnalate. Inoltre, se siete dotati di smartphone o tablet e di una connessione internet mobile, potete seguire l’itinerario sulla mappa di Google che abbiamo creato appositamente (nella descrizione sotto richiamiamo indicati con le lettere i paesi e alcuni punti di interesse segnalati sulla cartina).Vai alla mappa su Google e segui l'itinerario tra vigneti e castelli nei dintorni di Gavi

Se invece lo preferite abbiamo anche predisposto la versione pdf stampabile di questa piccola guida (scarica la nostra “Mini – guida alla scoperta di Gavi e dintorni, tra vigneti e castelli storici“).

Queste le tappe del nostro itinerario:

1. Direzione Tassarolo
2. Il castello di San Cristoforo
3. Castelletto D’Orba
4. Il castello di Montaldeo
5. Proseguire o tornare?
6. Il “castello dell’Innominato”
7. Il castello e il “ricetto” di Lerma
8. Sulla via del ritorno
9. L’ex abbazia di San Remigio
10. Santuario della Madonna della Guardia di Gavi
11. Gavi e la sua fortezza
12. Verso casa
13. Altre risorse utili per conoscere o visitare Gavi e dintorni

Partenza!

1. Direzione Tassarolo

Appena usciti dall’autostrada (A) tagliamo subito su per la collina alle spalle di Serravalle Scrivia seguendo le indicazioni per il Golf Club. Presto però lasciamo la strada che porta a Monterotondo (ci passeremo al ritorno) e, appena superata la chiesetta alla nostra sinistra, svoltiamo a destra in direzione Novi Ligure (B). Proseguiamo tranquillamente tra le vigne sino all’incrocio con la Strada Provinciale 158 che, compiendo una svolta a gomito, imbocchiamo in direzione Tassarolo – Gavi (C). Prima di arrivare al castello di Tassarolo, una piccola deviazione (Via della Rovere Verde) ci consente di ammirare un albero di ben 400 anni! Si tratta di un cerro-sughera (Quercus crenata), un incrocio naturale tra il cerro (Quercus cerris) e la quercia da sughero (Quercus suber), alto ben 18 metri con una chioma di 4 metri.

Cerro Sughera: albero di 400 anni a Tassarolo

Risaliamo verso il centro del paese dominato dal Castello (D) un tempo centro nevralgico della “Contea di Tassarolo”, feudo degli Spinola di Luccoli, una delle famiglie più importanti della storia genovese e tuttora proprietaria del castello. Gli Spinola vi si insediarono intorno alla metà del XIV° secolo, furono investiti del titolo di Conti nel 1560, nel 1689 acquisirono il diritto a creare una zecca per battere moneta e mantennero il governo del territorio sino al 1797 ovvero sino a che Napoleone non abolì il sistema feudale.
Oggi il la proprietà è un’azienda vitivinicola che utilizza i cavalli per i lavori in vigna.

2. Il castello di San Cristoforo

Proseguiamo, sempre tra i vigneti, verso Gavi ma per ora non entriamo in paese e giriamo (E) sulla Strada Provinciale 176. Seguiamo il corso del fiume Lemme diretti verso il paese di San Cristoforo (F) dove troviamo il secondo castello del nostro itinerario, nella zona uno tra i più grandi e dai trascorsi più illustri: vi soggiornarono, tra gli altri, Federico Barbarossa e Napoleone.
Si tratta di un complesso interessante, con la chiesa, un piccolo parco e diversi edifici (costruzioni militari, case, magazzini e laboratori artigiani) raccolti intorno all’abitazione del signore, il tutto racchiuso da una cinta muraria.
Il complesso ospita oggi alcune abitazioni private e diversi uffici pubblici e anche il parco è pubblico.
L’origine è molto antica forse addirittura romana con un consolidamento in epoca longobarda: l’elemento più antico che possiamo osservare oggi è la torre, dalla strana pianta poligonale, sottile e alta, detta “del Gazzolo”, eretta nel X secolo con funzione strategica e di difesa, forse dai Saraceni (sic!). Di proprietà, all’epoca, dei marchesi di Parodi, la leggenda narra che questi fecero costruire un percorso sotterraneo segreto che metteva in collegamento San Cristoforo e Parodi.
Nel XIV secolo anche questo possedimento  entra nella sfera di potere della famiglia Spinola che tra alterne vicende ne mantiene la proprietà sino al 1957.

3. Castelletto D’Orba

Per andare da San Cristoforo a Castelletto seguiamo la strada provinciale 176. In questa parte del nostro percorso la vigna si alterna ad altre coltivazione, quartieri residenziali e piccole macchie boschive.
Naturalmente non poteva mancare un castello proprio a Castelletto (G)! :-D

Castelletto d'Orba: il castello

Castelletto d’Orba: il castello

La struttura è un blocco compatto quadrangolare, posto in posizione dominante, secondo il modello più diffuso nel territorio tra il 1300 e il 1500. È ingentilita però da eleganti colonnine in marmo bianco delle bifore gotiche, con piccoli finestrini a “occhio di bue” che le sormontano e una fitta merlatura in mattoni. Il castello venne costruito nel XI secolo sulla sommità di una collina in cui i primi insediamenti risalgono all’epoca romana. L’aspetto attuale è conferito da un restauro compiuto ai primi del 1900 da Alfredo D’Andrade, lo studioso, pittore e progettista che edificò il Castello de Albertis a Genova (oggi sede del Museo Etnografico), ideò il Borgo medioevale al Parco del Valentino a Torino e che con la sua passione per il medioevo, perseguendo numerosi interventi di restauro filologico sul centro storico di Genova, vi ha impresso una particolare connotazione.

4. Il castello di Montaldeo

Da Castelletto d’Orba, seguendo la strada provinciale 175, ci bastano appena 10 minuti, in auto o moto, per arrivare a Montaldeo un piccolo nucleo medioevale sovrastato dal castello eretto nel 1271, dopo che già una volta, cinquant’anni prima, era stato distrutto dai Genovesi. Montaldeo rappresentava infatti un baluardo del governo di Alessandria sempre più minacciato dalle mire espansionistiche della Repubblica genovese.

Castello di Montaldeo

Castello di Montaldeo

Il castello sorge su un alto basamento che ne accentua l’imponenza. Nonostante il basamento fortificato, con garrite e posto di guardia, e il percorso di gronda aggettante sulla sommità dell’edificio, si tratta sostanzialmente di una dimora signorile e non di un baluardo difensivo.

L’impianto a blocco è tra i più leggibili e ben inseriti nel paesaggio: il castello di Montaldeo è visibile e chiaramente riconoscibile da ogni lato anche da una grande distanza. All’interno sono conservati arredi antichi ed armi mentre nei sotterranei un intricato groviglio di scalette, corridoi e trabocchetti conduce alle celle dell’antica prigione.
Nei primi decenni del 1500, sullo sfondo di un’estrema miseria, il castello fu teatro di una rivolta nei confronti della famiglia Trotti (al cui nome, quasi per ironia, è più spesso associato il castello) che aveva governato e perpetrato soprusi per circa un secolo: uomini, donne e anche i fanciulli appartenenti alla signoria vennero trucidati. In seguito alla restaurazione del potere, allora in mano agli Sforza, i congiurati vennero condannati alla confisca dei beni e all’esilio: una pena mite per quei tempi, segno che forse agli Sforza era chiaro da quale parte fosse la ragione. In ogni caso dopo pochi anni il castello entrò a fare parte dei possedimenti della famiglia genovese dei Doria che ne mantiene la proprietà tutt’oggi.

5. Proseguire o tornare?

Da Montaldeo si prosegue sulla provinciale 175 in direzione Mornese ma in prossimità dell’incrocio con la provinciale 168 (H) si aprono due possibilità:

  • se siete stanchi prendete la strada in direzione Parodi – Gavi per incamminarvi sulla via del ritorno
  • se, invece, vi va di fare qualche altra scoperta proseguite ancora poche centinaia di metri in direzione Mornese ma al bivio che indica la strada per Ovada lasciate la provinciale 175 e prendete per Ovada via Casaleggio – Lerma

6. Il “castello dell’Innominato”

Giunti a Casaleggio, con una piccola deviazione in direzione dei laghi della Lavagnina – parco delle Capanne di Marcarolo, raggiungiamo in pochi minuti il castello, uno tra i più antichi del territorio (fondato approssimativamente intorno al 1000) ma non tra i più interessanti né per impianto architettonico, né per ruolo storico, eppure tra i più suggestivi.
Il castello di Casaleggio, infatti, non è inserito come tutti gli altri in un borgo ma è isolato, arrampicato sul fianco di una collina, circondato da una natura pressoché incontaminata, a tratti selvaggia, che gli conferisce un’aura di mistero e con una piccola chiesa ai suoi piedi che contribuisce a creare un’impressione d’imponenza superiore a quella reale dell’edificio. L’insieme del bosco, del castello e della chiesetta ha insomma un forte impatto scenografico, ragione per cui nel 1967 fu utilizzato per rappresentare il castello dell’Innominato (nome con cui infatti è noto nei dintorni) in un famosa versione televisiva de “I promessi sposi”.

7. Il castello e il “ricetto” di Lerma

Infine, proseguendo sulla provinciale 170 arriviamo a Lerma (I). Il castello di Lerma è davvero molto bello e sicuramente uno dei più interessanti del nostro percorso.

Il "Ricetto" del castello di Lerma

Il “Ricetto” del castello di Lerma

Si tratta di un complesso formato da una cinta muraria che accoglie il maniero, la torre di guardia, la chiesa e il “ricetto” e che si erge sulla sommità di una rocca di tufo, a strapiombo sulla valle del Piota.
L’impianto attuale risale alla metà del XVI secolo quando fu realizzato per volontà di Luca Spinola che vi incorporò un torrione preesistente (XII secolo) con un lato tondeggiante e vi aggiunse una seconda torre quadrata che si affaccia sull’interno del complesso.

Il “ricetto” è un piccolissimo borgo che era destinato a offrire protezione (ricetto, rifugio appunto) alla popolazione in caso di pericolo o assedio, eventualità non rare a quell’epoca. Oggi è ancora perfettamente conservato, anzi valorizzato dalla cura degli abitanti.

La piccola piazza a cui si accede dalla porta principale e su cui si affacciano anche il palazzo nobiliare e la chiesa offre un bellissimo panorama sulla vallata sottostante. L’interno del palazzo, tutt’ora di proprietà della famiglia Spinola, conserva ancora numerosi oggetti antichi e opere d’arte tra cui quadri di Rubens e Van Dyck ma purtroppo non è visitabile.

8. Sulla via del ritorno

E prendiamo finalmente la via del ritorno ripercorrendo a ritroso l’ultimo tratto di strada prima in direzione Mornese e poi Parodi Ligure – Gavi, sino all’incrocio tra la provinciale 175 e 168 (H) , dove già ci eravamo posi il dubbio se proseguire o tornare. Questa volta prendiamo la provinciale 168 e dopo qualche curva passiamo la frazione Cadegualchi. Da qui e sino al nostro passaggio sotto al paese di Parodi ci fa compagnia, sulla sinistra, l’inconfondibile profilo del castello di Montaldeo.

Il castello di Montaldeo visto da Parodi

Il castello di Montaldeo visto da Parodi

Già che ci siete, segnatevi il posto per tornare a Parodi Ligure il primo weekend di Agosto alla Festa degli Antichi Mestieri, quando tutto il paese rispolvera gli abiti tradizionali e mette in scena la vita contadina di un passato non così remoto quanto può sembrare. Vi aspettano un vecchio trattore Orsi impegnato nella trebbiatura, la scuola così come l’hanno vissuta i nostri nonni, un accampamento militare del XVII secolo, lo spettacolo delle marionette per i bimbi e lo spettacolo dei bimbi, le vecchine che filano, ricamano e intrecciano canestri, la pizzata in piazza, gli animali da cortile, la lotteria, il corteo storico rinascimentale e la focaccia alla salvia e rosmarino appena sfornata. Insomma qualcosa a metà tra la sagra di paese e un viaggio avanti e indietro nel tempo.

9. L’ex abbazia di San Remigio

Scendiamo i tornanti che ci portano alla piana dell’Albedosa, un’ampia vallata che sembra una coperta patchwork di campi di grano, patate, vigne e orti e dove sorge l’ex Abbazia di San Remigio, importante centro di potere e di produzione culturale nell’alto medioevo, oggi vessillo ed edificio storico recuperato dopo un lungo periodo di abbandono e degrado, chiesa sconsacrata deputata ad ospitare manifestazioni culturali, durante le quali è possibile effettuare la visita.

Ex-abbazia di San Remigio a Parodi Ligure

Ex-abbazia di San Remigio a Parodi Ligure

10. Santuario della Madonna della Guardia di Gavi

Risaliamo la collina sino al campo sportivo di Cadepiaggio e poi ancora un paio di curve per arrivare in località Nebbioli dove si trova il Santuario di Nostra Signora Regina della Guardia di Gavi, uno straordinario punto panoramico da cui osservare tutta la Val Lemme dal monte Tobbio alla piana di Novi. Qui si trova anche la nostra cantina , proprio ai piedi del Santuario.

11. Gavi e la sua fortezza

Last but not least, dopo un paio di chilometri, eccoci finalmente a Gavi. Questa volta però la storia del forte e del paese, oltre 1000 anni di una storia ricca di eventi a partire dal 972 (data in cui si registra il primo documento ufficiale che menziona Gavi) sono veramente difficili da riassumere in poche righe. Allora, diremo solo di come, a causa della posizione strategica sulla via di comunicazione tra Genova e il Mediterraneo da una parte e la pianura Padana dall’altra, Gavi fu a lungo contesa, dall’XI al XVI secolo, tra Genova e i signori che dominavano Piemonte e Lombardia, il Barbarossa prima, poi i Visconti e quindi gli Sforza.

Il forte di Gavi domina il paese e i vigneti

Il forte di Gavi domina il paese e i vigneti

Nel 1528 però il feudo passò definitivamente in mano ai genovesi che lo tennero sino al 1815 quando la Repubblica di Genova fu annessa al regno di Savoia. E furono proprio i Genovesi a definire nel 1540 i tratti principali del forte di Gavi: una costruzione acquattata sulla sommità di una rocca, in parte costruita, in parte scavata nella roccia stessa.
Dopo circa un secolo però i Piemontesi riescono ad espugnare il forte e così quando i genovesi lo riconquistano decidono di ampliarlo e rafforzarne i bastioni di difesa. I lavori del 1640 sono quelli che sanciscono la fisionomia attuale ma in realtà gli interventi migliorativi furono pressoché continui fino all’avvento dei Savoia che trasformarono la fortezza militare in prigione, segnando l’inizio di un periodo di declino.
Sia durante la prima che la seconda guerra mondiale, il forte di Gavi accolse i prigionieri, Austriaci prima e poi alleati, soprattutto inglesi, alcuni dei quali furono protagonisti di una rocambolesca fuga.

Gavi "tipicittà": chiesa di San-Giacomo e Amaretti

Il campanile della chiesa di San Giacomo

Anche il paese merita però almeno una breve visita. Potete lasciare la macchina o la moto nella piazza principale (Piazza Dante), purché non sia domenica mattina, quando la piazza è chiusa per consentire lo svolgimento del mercato settimanale. Scendete lungo la via Mameli e a metà strada, alla vostra sinistra, incontrerete un’antica pieve romanica, la chiesa di San Giacomo, dall’originale campanile ottagonale non regolare.
Se dopo la visita alla pieve, vi infilate nel vicolo che lambisce l’abside della chiesa oppure le girate intorno infilandovi sotto l’arco che si apre a destra dell’ingresso principale, vi troverete in un grazioso loggiato affacciato sul Lemme.
Sulla via Mameli, ma anche sulle parallele via Garibaldi e via Monserito, si affacciano numerosi palazzi nobiliari, molti dei quali di origine medioevale, come rivelano alcuni basamenti, tra cui quello del palazzo comunale (“Palazzo di Città”).
Da alcuni anni, intorno alla metà di maggio si tiene la manifestazione “Gavi Città Aperta“. Questa è un’ottima occasione per accedere ai cortili di alcuni di questi edifici, altrimenti privati e chiusi al pubblico, accompagnati da guide che ne illustrano le caratteristiche architettoniche e raccontano le vicissitudini storiche degli antichi proprietari.
L’evento più prestigioso e noto è “di Gavi in Gavi” manifestazione enogastronomica che consente di abbinare il Gavi DOCG alle specialità culinarie tipiche della zona, andando a cercarle negli angoli più suggestivi del paese: un modo davvero coinvolgente di visitare Gavi e di “assaporarne” tutte le virtù!

Gavi: il portino in una cartolina del 1943

Gavi: il portino in una cartolina del 1943

Dopo una cinquantina di metri dalla chiesa di San Giacomo Maggiore, prendendo un vicolo a sinistra, vico Portino, troverete l’unica porta superstite (detta “Porta di Bagnacavallo” o “il Portino”) delle quattro che davano accesso alla città in epoca medioevale.

Infine, in fondo in fondo al paese, superato anche l’edificio che un tempo era il macello comunale e oggi ospita l’Enoteca Regionale del Gavi, si arriva al Molino del Neirone, un molino ottocentesco alimentato ad acqua con ruota di circa 10 metri: i proprietari sono persone gentilissime, spesso disponibili a farlo visitare e persino a mostrarne il funzionamento: il mulino è tutt’ora in perfetta efficienza e vi si possono acquistare ottime farine.

.

12. Verso casa

Ora finalmente possiamo riguadagnare la strada di casa: usciamo da Gavi in direzione Arquata Scrivia ma all’altezza del convento dei frati Cappuccini (Convento di Nostra Signora delle Grazie di Valle) che vediamo alla nostra destra, svoltiamo a sinistra sulla strada provinciale 162 in direzione Monterotondo. Attraversiamo ancora una volta i vigneti e da qui puntiamo sul casello di Serravalle Scrivia, da dove eravamo partiti.

Felice rientro e tornate a trovarci!

13. Altre risorse utili per conoscere o visitare Gavi e dintorni

Canestrelli al vino bianco di Gavi a colazione

Ricetta dei canestrelli al vino bianco di Gavi

I canestrelli al Gavi sono dei biscotti molto leggeri perché sono del tutto privi di burro e uova e contengono solo una modesta quantità di zucchero. Per questo sono ideali per la prima colazione: sono biscotti secchi perfetti per essere inzuppati al mattino nel latte, nel cappuccino o nel tè.
A merenda sono buonissimi da sgranocchiare accompagnati da un cucchiaio di gelato e anche a fine pasto, “pucciati” nel vino (lo stesso usato per la preparazione, Gavi DOCG), hanno un loro perché ;-)

Canestrelli al vino bianco di Gavi e gelato

Inoltre, questi canestrelli, molto diffusi nel nostro territorio da Novi a Ovada ad Arquata, sono davvero molto semplici da fare, sia per la rapidità della preparazione che per la brevità della lista degli ingredienti: 500 grammi di farina, 125 ml di Cortese di Gavi, 125 ml di olio extravergine di oliva, 120 grammi di zucchero, 1 cucchiaio da minestra scarso (circa 10 gr) di lievito in polvere per dolci e un cucchiaino da tè di sale fino.

Canestrelli al vino bianco di Gavi: ingredienti

In un contenitore amalgamate la farina con il vino, prima, e poi con l’olio. Quindi aggiungete lo zucchero, il sale e il lievito. Impastate sino ad ottenere una pasta morbida e uniforme, quindi mettetela a riposare 10 minuti ma non di più, se volete che mantengano una consistenza un po’ dura, come da tradizione: “it’s not a bug, it’s a feature!” :-D
Quando riprendete l’impasto lavoratelo di nuovo brevemente e suddividetelo in parti più piccole. Con le mani preparate dei cilindretti (diametro circa 1 cm e lunghezza circa 12-15 cm) e chiudeteli ad anello. Con le dosi indicate vengono circa una cinquantina di biscotti, ma naturalmente tutto dipende dalle dimensioni.
Mettete i canestrelli nel forno già caldo a 180° e lasciateli cuocere sino alla doratura (in genere bastano circa 10-15 minuti). A questo punto tutta la cucina profumerà di vino e zucchero, e questo è un altro pregio di questi deliziosi biscotti.

Canestrelli al vino bianco di Gavi: ricetta

Infine, un ulteriore atout di questi canestrelli è la durevolezza: infatti possono essere conservati per parecchi giorni… e ce chi dice anche un mese… che però ci pare un periodo un po’ troppo lungo… anche se di preciso non lo possiamo dire: noi non riusciamo mai a farli durare più di una settimana!!
Comunque, l’importante è che appena freddi li riponiate in un contenitore ermetico perché in una normale scatola perderebbero presto la croccantezza che, come detto, è un’importante peculiarità.

Canestrelli al vino bianco di Gavi a colazione

Torta Pasqualina della Nonna Ro

Ricetta della Torta Pasqualina (di bietole)

La torta Pasqualina è una delle ricette della cucina ligure che fa parte a tutti gli effetti della tradizione culinaria del nostro territorio e della nostra famiglia, entrambi largamente e piacevolmente “contaminati da esemplari tipici genovesi” :-) .

Si tratta di una torta salata di verdura, un grande classico del pranzo di Pasqua o Pasquetta e delle gite fuori porta, specialmente a primavera quando le erbette sono più tenere.

La ricetta di Nonna Ro, la nostra maga in cucina, utilizza bietole e ricotta.
Ci potrebbero stare anche i carciofi e la prescinsêua (una cagliata fresca genovese) ma entrambi gli ingredienti sono un po’ più difficili da trovare (i carciofi per stagionalità e la prescinsêua per limiti geografici della distribuzione) ed il gusto, un po’ particolare perché più ferruginoso ed acidulo, può non incontrare i gusti di tutti. Invece, qualcuno che non vada pazzo per la Pasqualina di Nonna Ro lo dobbiamo ancora trovare.

Torta Pasqualina della Nonna Ro

La torta è buona anche se realizzata con la sfoglia in rotoli già pronti ma ciò che rende speciale la ricetta di Nonna Ro è la bontà dell’impasto tanto che a tavola ci contendiamo tutti i pezzi con il bordo.

Per realizzare la sfoglia (per un tegame di 28 cm di diametro) occorre lavorare insieme 500 gr. di farina “00” con un cucchiaio “generoso” di olio extravergine di oliva, un pizzico di sale e 250 ml. di acqua (ma regolatevi ad occhio aggiungendone un po’ alla volta fino a che la pasta non risulterà morbida ed elastica).

Lavorate l’impasto fino a renderlo perfettamente liscio quindi dividetelo inizialmente in due parti: una più piccola (circa 300 gr.) e l’altra più grande (circa 450 gr).
Se siete molto bravi a tirare la sfoglia, dividete ciascuna parte in 3 palline uguali tra loro altrimenti, se temete che tirandola troppo sottile possa bucarsi, dividetela solo in 2 palline. Le palline più grandi serviranno per fare gli strati con cui foderare i tegami mentre con le altre si coprirà la torta.
Per ora però copritele con un canovaccio e mettetele a riposare per almeno un’ora e mezza.Ingredienti della Torta Pasqualina

Intanto pulite (ma se sono piccole e tenere tenete anche i gambi), lavate e sbollentate in acqua salata 4 bei mazzi di bietole (circa 800 gr.) e fate appassire ½ cipolla tritata. Appena è dorata aggiungete le bietole ben strizzate e tritate con la mezzaluna. Non serve far cuocere molto, andrà tutto in forno, basta solo che le bietole insaporiscano.
Aspettate che le verdure si siano raffreddate e amalgamate 400 gr. di ricotta, 2 uova e 150 grammi di grana padano grattugiato, una manciata di foglie di maggiorana tritate) una leggera spolverata di noce moscata. Aggiustate di sale.

Ungete il tegame con un po’ di olio, allargate con il mattarello e con le mani la prima delle palline grandi di pasta e stendete il primo strato: ponete attenzione a fare aderire la sfoglia ai bordi della teglia e che il disco sbordi abbastanza per poi consentirvi di arrotolarlo.
Spennellate lo strato che avete appena steso con un po’ di olio (è quello che rende tanto buono il bordo) e ripetete questa operazione per tutte le palline grandi.

Versate nel tegame il ripieno, distribuitelo e poi create delle fossette regolarmente distanziate quindi rompete in ognuna di esse un uovo: utilizzate da 3 a 5 uova a seconda delle vostre preferenze.
Sopra a ciascun uovo mettete un pizzico di sale, un fiocchetto di burro e mezzo cucchiaino di grana: questo è il segreto di Nonna Ro per non fare annerire le uova e rendere ancora più squisita la torta.

Prendete le palline piccole di pasta che avevate preparato e tirate i dischi della dimensione esatta del tegame quindi coprite la torta.
Anche questa volta, spennellate ciascuno strato con un velo d’olio. Oltre a rendere più buona la pasta, l’olio aiuta gli strati a separarsi e a sfogliare ma un altro consiglio utile è questo: dopo avere chiuso la torta arrotolando i bordi, con una cannuccia da bibita praticate su un lato del coperchio un forellino e soffiate leggermente per fare distaccare gli strati.

Cuocere in forno già caldo a 180° per 40-45 minuti. La sfoglia deve risultare molto cotta perché l’interno sia bene asciutto.

Ricetta della torta Pasqualina

Prima di mangiarla lasciate raffreddare la torta Pasqualina. Anzi, se resistete, aspettate sino al giorno dopo: da un sondaggio su un nutrito campione di parenti, amici e ospiti occasionali è emerso chiaramente che il giorno dopo è ancora più buona!

Ricetta degli spaghetti al vino bianco e robiola del Monferrato

Spaghetti al vino bianco di Gavi e robiola

Sicuramente molti di voi conoscono già il risotto al Gavi, un piatto semplice eppure delicato ed elegante, ma probabilmente non hanno ancora avuto occasione di provare gli spaghetti al vino bianco e robiola fresca del Monferrato.
E’ una ricetta “sciuè sciuè” ma piuttosto originale con cui potrete fare bela figura con pochi ingredienti e poco tempo a disposizione (il piatto è pronto nel tempo sufficiente a bollire la pasta).

Ricetta degli spaghetti al vino bianco e robiola del MonferratoIn effetti oltre a una bottiglia di vino bianco Cortese (meglio se di Gavi, meglio ancora se DOCG) e agli spaghetti vi basterà procurarvi una robiola molto fresca (meglio se Roccaverano DOP, meglio ancora se 100% latte di capra come quella presidio Slowfood), del burro, un po’ di brodo di carne e un formaggio saporito da grattugiare sopra come un pecorino stagionato o la ricotta salata.
Spaghetti al vino di Gavi - preparazione

Mentre bollono gli spaghetti (320 g per 4 persone), sciogliete un po’ di burro (40 g circa) e stemperate la robiola (160 g) a bagnomaria prima con il brodo già caldo (50 ml) e poi aggiungendo gradualmente un bicchiere di vino (100 -125 ml, regolatevi a occhio in modo a ottenere una consistenza della crema fluida ma non troppo liquida). Assaggiate per aggiustare di sale stando attenti a non esagerare: ricordate che dovete ancora aggiungere il formaggio saporito.

Appena pronti scolate gli spaghetti, copriteli con la crema bella calda e cospargete con un’abbondante grattugiata di pecorino stagionato o ricotta salata e con una leggera spolverata di pepe nero.

Finito! Servite il piatto accompagnato dalla bottiglia di Cortese di Gavi che avete aperto per la preparazione.

Spaghetti al Gavi DOCG e robiola di Roccaverano DOP

Disegno al tratto in bianco e nero che rappresenta una piccola cantina domestica con damigiane, bottiglie e fiaschi di vino tra molte altre cose sugli scaffali

Come conservare il vino in bottiglia

Il vino anche successivamente all’imbottigliamento è in continua evoluzione e non è semplice conservarlo nella maniera più appropriata: non solo la dispensa di casa è un ambiente inadatto aConservare il vino: la cantina condominiale custodire correttamente un vino per più di qualche mese ma anche le cantine dei moderni condomini (per non parlare dei garage) spesso non offrono caratteristiche in termini di temperatura, umidità e areazione tali da garantire una corretta conservazione del vino per periodi che vanno oltre l’anno.
Potrà sembrarvi un giudizio severo ma invece è l’esito di una ricerca scientifica.

Lo studio dal titolo “L’influenza della conservazione sull’’età chimica’ dei vini rossi”, curato dalla Fondazione Edmund Mach e pubblicato a marzo 2014, ha preso in esame 20 bottiglie di Sangiovese (quindi un rosso perfetto per l’invecchiamento) di vetro scuro e chiuse con tappo in sughero naturale, metà delle quali sono state conservate per un periodo di 2 anni in una cantina professionale a temperatura costante tra i 15 e i 17 gradi e umidità al 70%, mentre l’altra metà è stata custodita per lo stesso tempo in un ambiente buio di un comune appartamento con temperature variabili tra i 20 e i 27 gradi, quali sono quelle normalmente riscontrabili nelle nostre case nell’arco dell’anno. Ogni 6 mesi un campione di ciascun gruppo è stato aperto ed analizzato, ebbene il risultato è stato lapidario: dopo soli 6 mesi i vini conservati in ambiente domestico mostravano gli stessi parametri di invecchiamento raggiunti dopo ben due anni dai vini custoditi in cantina in condizioni ottimali.

Ok, si sa: non morirete né vi ammalerete se berrete il vino conservato in casa per più di sei mesi! Dal punto di vista salutistico al più vi perderete un po’ di vitamina B5… che tanto il contenuto vitaminico non era proprio la ragione che vi aveva spinti all’acquisto… ma le qualità sensoriali, il colore, il profumo e il sapore, che vi avevano convinto a scegliere proprio quel vino, risulteranno compromesse. E allora, che fare? Quali accorgimenti osservare per massimizzare la durata e ottimizzare l’evoluzione delle nostre bottiglie di vino?

cantinetta refrigerante per la conservazione del vinoLeggete la nostra check-list o consultate la sintesi in infografica (anche in versione PDF per la stampa) per ottimizzare la permanenza del vino sui vostri scaffali.

Con qualche accorgimento potrete migliorare la conservazione delle bottiglie che non consumate nel giro di pochi mesi ma che non sono neppure i vostri tesori più preziosi: attrezzatevi con una piccola cantinetta frigo o un ambizioso armadio climatizzato per i vini più importanti da lasciare invecchiare e da stappare nelle occasioni speciali. Questi elettrodomestici sono disponibili oramai in innumerevoli varianti per dimensioni (con capienza da una decina di bottiglie a diverse centinaia), design più o meno sofisticati (adatti quindi ad ogni genere di ambiente, dal garage al soggiorno… La conservazione del vino: grotta in tufoanche se alcuni possono risultare un po’ rumorosi) e prestazioni tecniche (dai modelli più semplici che consentono di impostare una sola temperatura a quelli più complessi che consentono di creare temperature differenziate sia per conservare i vini che per portarli alla temperatura di servizio).

A proposito, anche noi abbiamo una piccolissima cantinetta frigo per mantenere il vino pronto alla temperatura di servizio ma per l’affinamento ci siamo attrezzati con una grotta in tufo… sì, non è proprio quello che si potrebbe definire un modello replicabile ma ha il suo fascino. Venite a scoprirlo a Gavi, vi aspettiamo!

Consigli per la conservazione del vino

  1. Conservate le bottiglie al buio tanto più se il vetro è chiaro (se imbottigliate voi scegliete già quelle verdi o marroni).
    L’esposizione alla luce naturale, ma anche a quella  fluorescente, funge da “innesco” per processi ossidativi ma l’esposizione diretta ai raggi solari è particolarmente grave perché sottopone il vino anche ad un notevole calore per cui si degrada molto rapidamente. Se non avete a disposizione uno stanzino scarsamente illuminato o un armadio tenete almeno le bottiglie in una scatola di legno o cartone spesso.Conservare le bottiglie di vino al riparo dalla luce
  2. Tenete le bottiglie coricate su un fianco a meno che non si tratti di un vino da consumare giovane: per un brevi periodi la posizione è pressoché ininfluente.
    Nella bottiglia distesa il tappo resta a contatto con il vino che lo mantiene umido e quindi elastico e con una migliore aderenza alle pareti del collo della bottiglia, riducendo così il rischio di ossidazione.
    Non temete non è il contatto con il sughero a causare il cosiddetto “difetto di tappo” ma la presenza, imprevedibile e (ad oggi) ancora ineluttabile, di composti organici derivanti da muffe e funghi nel sughero (come spiegato nel post “Come tappare le bottiglie di vino con i tappi di sughero”). Al contrario, tenendo la bottiglia in posizione orizzontale si allontana la bolla d’aria che di norma si trova tra tappo e vino e l’assenza di ossigeno abbatte lo sviluppo di batteri eventualmente presenti nel tappo.
    Disponete l’etichetta verso l’alto in modo da avere sempre sottocchio la data di imbottigliamento per potervi regolare e non lasciare indietro qualche buona bottiglia.
    Anche se imbottigliate il vino voi stessi utilizzate almeno una piccola etichetta adesiva su cui annotare l’anno oppure rifinite le bottiglie con delle vere e proprie etichette che daranno un tocco di professionalità al vostro lavoro (provate a visitare la sezione in cui ad ogni campagna di imbottigliamento proponiamo ai nostri clienti e a tutti il visitatori del sito alcune etichette stampabili con l’annata)
    Meglio ancora che in posizione perfettamente orizzontale potreste disporre le bottiglie su di un piano leggermente inclinato (l’inclinazione ideale è di circa 5 gradi) in modo che i sedimenti che si potrebbero formare naturalmente si concentrino nella parte bassa della bottiglia: ad esempio gli antociani, le sostanze coloranti del vino, negli anni tendono a polimerizzare, ad aggregarsi formando molecole più grosse e quindi più pesanti che precipitano formando una sorta di polvere scura comunemente detta “fondo”.
    Per le bottiglie invecchiate a lungo è consigliabile porle in verticale il giorno prima di servire il vino, in modo che i sedimenti depositino lentamente sul fondo, facilitando il servizio.
    Ricordiamo anche che un vino perfettamente limpido non è necessariamente migliore, anzi è possibile che un vino che non sviluppa sedimenti nel tempo sia stato eccessivamente chiarificato, filtrato, sterilizzato e che alla limpidezza sia stato sacrificato molto del suo bouquet: l’importante è che il sedimento non finisca nel bicchiere, da qui le cautele di cui sopra per conservare e maneggiare un vino invecchiato.Conservate le bottiglie di vino in posizione orrizontale
  3. Mantenete la temperatura dell’ambiente il più possibile costante, al di sopra dei 10 gradi ma non oltre i 18: la temperatura ottimale è di 10-12 gradi per i vini bianchi e 12-15 gradi per i vini rossi.
    Temperature troppo basse ostacolano la naturale evoluzione del vino e possono causare la formazione di piccoli cristalli: precipitazioni di tartrati, in realtà innocenti inestetismi, ma con il vino, si sa, anche l’occhio vuole la sua parte.
    Temperature alte accelerano l’evoluzione del vino e ne causano il prematuro invecchiamento o compromissione (oltre i 25 gradi molte componenti volatili possono deteriorarsi irreparabilmente) ma possono anche causare una dilatazione, un aumento del volume che può arrivare a fare fuoriuscire il vino o a far saltare il tappo (anche perché un forte aumento della temperatura è probabile che causi al contempo anche un essiccamento del tappo e quindi un suo restringimento che ne facilita l’espulsione).
    Soprattutto però, è bene ribadirlo, evitate gli sbalzi di temperatura. Come si è detto, il caldo favorisce la polimerizzazione e il freddo la precipitazione dei polifenoli: alternando i due procedimenti queste sostanze tendono a depositarsi in quantità riducendo la propria presenza nel vino e dunque impoverendolo. Inoltre gli sbalzi di temperatura costringono il tappo a una sfiancante ginnastica tra dilatazioni e contrazioni che provocano il passaggio in uscita e poi in entrata di aria esponendo il vino al contatto con nuovo ossigeno e potenziali agenti contaminanti.
    Poiché l’aria più fredda è più pesante è possibile riscontrare una differenza termica tra pavimento e soffitto, specie se l’ambiente in questione ha una discreta altezza: disponete quindi nella vostra cantina gli spumanti e poi i vini bianchi sugli scaffali più bassi e quindi a salire i rosati e i vini rossi lasciando i ripiani in alto per i rossi importanti.Temperatura e umidità di conservazione del vino
  4. Mantenete stabile l’umidità dell’ambiente intorno al 70% (diciamo tra il 60% e l’80%). In un ambiente secco il tappo tenderà a restringersi, lasciando che il vino entri in contatto con l’aria. Di contro, troppa umidità può essere causa della formazione di funghi che posso affliggere il tappo di sughero e compromettere il vino, oltre che macchiare e danneggiare le etichette… che, però, alla peggio potrete difendere avvolgendo la bottiglia in un sottile film di pellicola (quella normalmente utilizzata per gli alimenti).
    .
  5. Non agitate le bottiglie e proteggetele dalle vibrazioni che sollecitano il tappo riducendone l’elasticità e favorendo quindi la penetrazione dell’aria, causa dell’ossidazione e anche potenziale foriera di contaminazioni batteriche. Inoltre eventuali sedimenti potrebbero essere mantenuti in sospensione dai continui movimenti.
    Cercate di non di installare una lavatrice adiacente allo scaffale dei vini ed evitare i locali in prossimità di strade su cui scorre un traffico pesante, ma se proprio non avete altro spazio cercate di proteggere le bottiglie procurandovi un sostegno in polistirolo.
    Siccome durante il trasporto a casa è inevitabile che il vino subisca parecchi scrolloni, cercate sempre di acquistare le vostre bottiglie almeno un giorno prima di consumarle, soprattutto se si tratta di un vino già un po’ invecchiato.Come conservare i vini
  6. Conservate il vino in un ambiente ben areato e al riparo dagli odori forti sia di origine chimica (come vernice, benzina o il gas di scarico delle automobili) che naturale (come formaggi, salumi, pesce sotto-sale, cipolle, tartufi…) che, attraverso il tappo, potrebbero contaminare il vino (specie nel caso in cui abbiate imbottigliato da soli e il tappo non sia protetto dalla capsula).
    Una buona areazione oltre a limitare gli odori contrasta la formazione di muffe e funghi che come si è detto possono inquinare il tappo e quindi il vino.
    .
  7. Last but not least: rispettate il periodo di conservazione in bottiglia giusto per il vostro vino. I tempi e le caratteristiche dell’evoluzione di un vino possono dipendere da diversi fattori, primi tra tutti il tipo (ad esempio generalmente i vini rossi possono essere conservati più a lungo di quelli bianchi) e il vitigno specifico (ad esempio uve con molti tannini si prestano meglio alla produzione di vini per l’invecchiamento), le tecniche di vinificazione e la gradazione alcolica (i vini con una gradazione alcolica superiore ai 12,5 vol. si conservano meglio) e sono quindi diverse per ogni bottiglia. Quindi, quando effettuate l’acquisto, informatevi sul tempo di conservazione più idoneo.
    Anche le dimensione del contenitore possono influire sul periodo massimo per conservare un vino: più grande è il contenitore minore è il tempo in cui le caratteristiche organolettiche e chimiche restano pressoché inalterate.
    Non conservate il vino in damigiana per più di qualche giorno a meno che non utilizziate degli appositi accorgimenti come le pasticche di paraffina (note come “pastiglie anti-fioretta”) o uno strato di olio di vasellina (difficile però da rimuovere accuratamente) a sigillare la superficie del vino a contatto con l’aria. In questo caso potreste arrivare a conservare le damigiane accuratamente tappate anche per 3-4 settimane. Non lasciate mai la damigiana a metà: la superficie di contatto con l’aria è talmente estesa da provocare un rapido deterioramento del vino.
    Per contenitori da 5-10 litri come le dame considerate una durevolezza di 2-3 settimane al massimo mentre i bag in box, grazie allo speciale “sottovuoto” e alla doppia confezione “sacca + scatola” che funge da isolante, offrono un orizzonte di consumo ben più lungo e, tuttavia, è bene considerare un limite prudenziale di tre mesi circa (a chi desidera approfondire consigliamo il post “Vino in bag in box: la praticità è anche qualità?”).
    Infine, persino la lunghezza dei tappi di sughero può influire sulla durata attesa di una bottiglia di vino. In linea di principio occorre considerare un periodo massimo di 2 anni per tappi lunghi meno di 40-45 mm (per periodi oltre i 20 anni il tappo deve superare i 50mm)

Ricapitolando, se non disponete di un locale interrato e quindi naturalmente isolato, evitate almeno ambienti come il sottotetto o con pareti rivolte a sud o, ancora, in cui siano presenti caldaie o grossi elettrodomestici (tutti locali esposti a eccessivi sbalzi termici), spegnete gli elementi di riscaldamento e cercate di isolare il vino magari riadattando un vecchio armadio di legno un po’ spesso piuttosto che appoggiare le bottiglie su scaffali aperti… un condizionatore poi potrebbe finire con rendere perfetto l’ambiente… ma questo, come l’acquisto di cantinette refrigeranti o armadi climatizzati, è un investimento che deve essere giustificato dal valore delle vostre bottiglie e… dal tempo che queste riescono a restare chiuse una volta acquistate ;-)


Condividi questa pagina
condividi su facebook  condividi via email

Altri articoli che potrebbero interessarti:

Signori del vino: l’italia enoica in tivvù… ma oltre oceano ci si diverte di più (Plonk)

signori del vino rai 2Effetto Expo 2015: il MIPAAF (Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali) sponsorizza il vino in televisione e così nasce la trasmissione “Signori del vino“, viaggio in 10 tappe e 10 puntate a cura di Marcello Masi, direttore del Tg2 e del suo vice, Rocco Tolfa e con la partecipazione di Marco Simonit, agronomo e potatore, anzi “preparatore d’uva”.

In ogni puntata scopriamo i vini tipici di una regione attraverso le parole di quei personaggi che hanno saputo interpretare e “coltivare” la tradizione vitivinicola del nostro paese.
Beh scopriamo è forse un po’ troppo… intuiamo.
La trasmissione è piuttosto breve e necessariamente un po’ superficiale (qui il commento di Aldo Grasso e qui un post di Intravino) ma, in mancanza di meglio…, se non avete avuto l’occasione di seguirla su Rai 2, potete vedere tutte le puntate nell’archivio “programmi on demand” del sito di mamma Rai.
E comunque l’incipit della prima puntata, in Piemonte, con la citazione di Soldati è davvero un bellissimo invito a conoscere il territorio di cui il vino è espressione

“Il vino è come la poesia, che si gusta meglio, e che si capisce davvero, soltanto quando si studia la vita, le altre opere, il carattere del poeta, quando si entra in confidenza con l’ambiente dove è nato, con la sua educazione, con il suo mondo.
La nobiltà del vino è proprio questa: che non è mai un oggetto staccato e astratto, che possa essere giudicato bevendo un bicchiere, o due o tre, di una bottiglia che viene da un luogo dove non siamo mai andati.”
(Mario Soldati, “Vino al Vino”)

Beh, almeno in questo, la trasmissione di Rai 2 può funzionare: ingolosisce senza dare molta soddisfazione e quindi fa venire una gran voglia di partire alla scoperta dell’Italia del vino… certo siamo ancora lontani da un’esperienza come quella australiana di Plonk.

Plonk è il titolo di una serie australiana che racconta le disavventure di una troupe televisiva in giro per il paese per realizzare un programma sulle eccellenze del vino. La troupe è formata da un manipolo di faciloni che incappa in una serie di disavventure e gaffes con vere personalità del mondo del vino australiano che pertanto viene rappresentato con una verve autoironica notevole (plonk è un’espressione gergale per indicare un vino ordinario, da poco).
Nata originariamente nel 2014 come una serie di soli 5 episodi per il web, Plonk è diventato una serie televisiva alla sua seconda stagione. Il mix di risate, ironia, bellissimi paesaggi e di sapori, comunque evocati, di cibi e vini, risulta ben più conivolgente del celebrativo “I signori del vino” ma, per ora, accontentiamoci…

Il vino in bag in box: FAQ

Vino in bag in box: la praticità è anche qualità?

Da quando il vino in bag in box ha iniziato a diffondersi, rapidamente e significativamente, anche in Italia, sempre più consumatori stanno cercando di approfondire le proprie conoscenze, per meglio valutare se questo tipo di confezione sia in sintonia con il proprio approccio al vino e aderente al proprio modello di consumo.
In questo post percorriamo gli aspetti salienti della questione:

Cos’è il bag in box? Come funziona?

In estrema sintesi il bag in box è un contenitore per alimenti liquidi (o semiliquidi) costituito da un sacco di materiale plastico (bag) resistente ma deformabile, racchiuso in una scatola di materiale rigido (box), solitamente cartone, e dotato di una valvola per lo svuotamento, solitamente a rubinetto.
La caratteristica principale del bag in box, anche noto con l’acronimo BiB, è che il sacco viene colmato senza incamerare aria (tramite macchine riempitrici automatiche, semiautomatiche o manuali) e che anche lo svuotamento avviene senza che nel sacco penetri ossigeno: mano a mano che il liquido viene spillato, grazie alla valvola di uscita e alla flessibilità del materiale, il sacco si comprime, si assottiglia ripiegandosi su se stesso senza che si formino all’interno bolle d’aria. In questo modo, si abbatte quasi del tutto il rischio che il contenuto si ossidi e che le proprietà organolettiche del vino siano alterate.

Cos'è il bag in box
Botte per bag in box (deliciousontap.co.uk)

Ma entriamo nel dettaglio dei materiali per capire in che modo influiscono sul rendimento del contenitore.
Il sacchetto è costituito da un materiale plastico poliaccoppiato
: poliestere metallizzato con alluminio e polietilene per prodotti alimentari (posto a diretto contato con l’alimento contenuto). Questi materiali proteggono il vino dalla luce, dall’aria e da ogni altro tipo di gas o agente contaminante esterno e, in misura ragionevole, dagli sbalzi di temperatura.
La scatola invece è comunemente in cartone ondulato, più raramente in materiali sintetici rigidi e in qualche caso, specie nei ristoranti, in legno (dette “botti per bag”) per offrire un’immagine meno “industriale” ai clienti. La scatola protegge il sacco dallo schiacciamento, dagli urti o da tagli accidentali ma soprattutto gli conferisce una forma rigida e squadrata, maneggevole e impilabile, mantenendo la massima leggerezza ,così da favorire e rendere più economico sia il trasporto che lo stoccaggio
Il dispenser è dotato di una particolare valvola che impedisce il passaggio dell’aria anche dopo l’apertura. Spesso il rubinetto è dotato anche di un dispositivo anti-manomissione, per garantire l’integrità del prodotto.
I formati sono innumerevoli da 1,5 litri sino a… chissà, noi ne abbiamo trovati in vendita anche con capacità da 1.400 litri! Nel settore del vino però le capacità più diffuse vanno dai 3 litri (soprattutto nel Nord Europa) ai 5 litri (al top dei consumi in Italia) sino a 10-20 litri. All’interno di questa scelta così ampia e flessibile, per prendere una decisione, occorre avere chiaro in mente il tipo di utilizzo che vogliamo fare del nostro vino in bag in box: stiamo organizzando un pranzo per una grande comitiva, magari all’aperto, oppure vogliamo tenerlo in frigo e spillarne un bicchiere ogni tanto o, ancora, pensiamo di travasarlo nelle bottiglie perché… la nostalgia è dura a morire?!! Per ognuna di queste esigenze esiste già in commercio il bag in box che fa per voi.                               [Fonte immagine deliciousontap.co.uk]

Per quanto tempo si può conservare il vino nel bag in box?

Grazie alla sinergia tra il sacco e la valvola, anche successivamente all’apertura della confezione, il vino è preservato dal contatto con l’aria, la luce e altri agenti esterni, pertanto può essere conservato nella confezione aperta per 3 o persino 4 settimane senza che la qualità debba soffrirne significativamente.

The influence of packaging on wine conservation

Per quanto riguarda invece le confezioni chiuse, ad avallare definitivamente la capacità del bag in box di conservare adeguatamente il vino per periodi variabili tra i 4 e i 12 mesi circa (dipende dalla tipologia di vino), ci ha pensato uno studio condotto nel 2011 dall’INRA (l’università di Bordeaux) e pubblicato con il titolo “The influence of packaging on wine conservation” a febbraio 2012 su “Food Control”, la rivista scientifica ufficiale della Federazione Europea di Scienze e Tecnologie Alimentari (EFFoST) e Unione Internazionale di Scienze e Tecnologie Alimentari (IUFoST).
Scopo della ricerca è stato quello di studiare l’evoluzione della qualità del vino bianco e rosso (tutti i vini presi in esame erano della regione di Bordeaux) in un arco temporale di 12 mesi in funzione dei diversi tipi di confezionamento. I tipi di imballaggio presi in esame sono stati: bottiglie di vetro (capacità 18,5 cl e 75 cl), bag in box (capacità 300 cl) e bottiglie di polietilene tereftalato, anche noto come PET, sia monostrato che multistrato (capacità 18,5 cl e 75 cl).
Durante il monitoraggio, ogni 3 mesi, sono stati registrati dati relativi a: il contenuto di gas (ossigeno, anidride solforosa e anidride carbonica), i composti di ossidazione e le analisi sensoriali (limpidezza, colore, carattere, …).
I primi fenomeni ossidativi sono stati riscontrati dopo 6 mesi per i vini bianchi conservati in PET (sia mono che multi strato) e in BiB, mentre nello stesso periodo i vini conservati nelle bottiglie di vetro non hanno mostrato alcuna alterazione. Molto diversi i risultati per i vini rossi per i quali dopo 12 mesi non sono emerse variazioni significative dei parametri per tutti i diversi tipi di confezionamento (per chi fosse interessato ad approfondire i risultati dello studio,è disponibile una bella sintesi su Slideshare).

Lo studio ha interessato solo un ristretto campione di vini ed è possibile che altre tipologie reagiscano in modo anche sostanzialmente differente: per questo motivo i ricercatori erano intenzionati a proseguire il test. Tuttavia questa ricerca offre già alcune indicazioni, rassicurandoci  in merito alla possibilità di conservare i vini rossi in bag in box chiuso fino a 12 mesi; mentre, per quanto concerne i vini bianchi è meglio considerare un tempo limite prudenziale di 3-4 mesi, per non incorrere nel rischio di rovinare il nostro buon vino.

Infatti, un nuovo studio greco-egiziano “Effect of packaging material on enological parameters and volatile compounds of dry white wine” (maggiori dettagli sullo studio qui su www.teatronaturale.it) condotto il collaborazione tra l’Università di Ioannina, quella della Tracia e l’Università americana del Cairo, ha seguito l’evoluzione del vino bianco in bag in box conservato a temperatura di 20° per 6 mesi confrontando i risultati con quelli conseguiti dallo stesso vino conservato alla stessa temperatura in bottiglie di vetro scuro. Anche in questo caso sono stati eseguiti dei check a distanza di 3 mesi. Alla conclusione dello studio, è stato riscontrato che  a tre mesi non si rilevavano sostanziali scostamenti tra i parametri relativi ai due differenti tipi di imballaggio ma a 6 il vino in bag in box mostrava valori non conformi di acidità titolabile e anidride solforosa, il colore risultava modificato e una parte dei composti aromatici era andata perduta: assorbita dai materiali plastici o svanita attraverso la valvola. Certo si potrebbe obiettare che la conservazione del vino a 20° non è proprio ottimale, tuttavia è vero che molti consumatori non hanno a disposizione locali con temperature controllate adatte per il vino, quindi lo studio rappresenta una situazione realistica. Per questo converrà considerare con prudenza il periodo massimo di conservazione del vino bianco in bag in box chiuso e magari cautelarci non superando i 3 mesi dal riempimento del sacco.

Pro e contro nell’uso del bag in box

Nella tabella abbiamo sintetizzato al massimo e le caratteristiche positive e negative di questo imballaggio (sotto invece una disamina più dettagliata dei diversi aspetti).

PregiDifetti
  • Protezione dal contatto con l’aria prima e dopo l’apertura della confezione
  • Protezione da luce, sbalzi termici e dal contatto con agenti esterni
  • Risparmio sul prezzo di acquisto del vino rispetto a bottiglie e bottiglioni
  • Massima praticità di trasporto e immagazzinamento (leggero, infrangibile, resistente, maneggevole, impilabile)
  • Comodo e compatto anche da mettere in frigo per rinfrescare il vino
  • Elimina il rischio del “sentore di tappo”
  • Ecologico
  • Aspetto poco accattivante
  • Adatto solo a vini che si esprimono al meglio se consumati giovani
  • Adatto a vini tranquilli, meno a quelli mossi (che mettono a dura prova la tenuta della sacca, specialmente se trasportati con poca cura)
  • Raffreddamento in frigo molto lento

I pregi del bag in box

Il primo e principale punto di forza, lo abbiamo già detto, è la protezione del liquido interno dal contatto con l’aria e quindi dall’iperossidazione.
Sia chiaro: il contatto con l’aria è dannoso per il vino se eccessivo e prolungato. Da principio ne soffrono il colore, il profumo e il sapore ma nei casi più gravi può dare origine alla fioretta o provocare lo spunto prima e poi l’acescenza (per approfondimenti si legga “Malattie del vino, difetti e alterazioni“). Nell’acquisto di vino sfuso, ad esempio è importante travasare il vino dalla damigiana alle bottiglie entro massimo due settimane e completare l’operazione entro 24-36 ore e comunque sempre più rapidamente possibile: nella damigiana vuota per metà, la superficie del vino a diretto contatto con l’ossigeno è molto ampia e quindi la degradazione del vino più veloce (per chi è interessato all’imbottigliamento “fai-da-te” rimandiamo al nostro post “Consigli del cantiniere per imbottigliare il vino“).
Il bag in box peraltro facilita molto il travaso del vino nelle bottiglie di vetro: non c’è bisogno della cantabrina e non si sporca: potrete imbottigliare anche in cucina. Il video sotto mostra proprio come aprire il bag in box e travasare il vino in poche semplici mosse.

Se invece siete abituali acquirenti di vino nelle dame o nei fiaschi da due litri, perché cercate di comprare un buon vino a un prezzo migliore risparmiando sul confezionamento, il bag in box risulta molto più efficiente di questi contenitori che, di norma, restano aperti per più giorni e offrono una superficie di contatto tra vino e aria già piuttosto grande. Con il bag in box invece questo limite è superato e, come si è detto, il vino può essere conservato nella confezione aperta anche per più di 20 giorni senza grossi problemi.

Naturalmente, e qui veniamo ad un altro pregio, la protezione del vino, oltre che dal contatto con l’aria, è estesa anche a tutti gli altri fattori esterni: luce, temperatura, contaminazione con agenti esterni (anche grazie al riempimento professionale che garantisce un livello di igiene molto alto) ma il grado di sicurezza è ancora maggiore qualora sul tappo sia dotato un sigillo di garanzia che ci assicura che la confezione non è stata aperta.

Il sacco dentro alla scatola costituisce un imballaggio molto leggero ma piuttosto robusto, maneggevole e facilmente impilabile ma soprattutto compatto (il contenitore da 10 litri, l’equivalente in vino di oltre 13 bottiglie da 0,75 litri, misura solo 19 cm x 19 cm x 32 cm): tutte caratteristiche che ne facilitano il trasporto (il che incide anche sul costo finale del prodotto) e l’immagazzinamento. Per i vini bianchi, c’è da dire anche che le confezioni da tre litri possono essere facilmente riposte in un normale frigo “domestico” per mantenerli freschi, mentre per la ristorazione con mescita di vino sfuso, sarà più facile conservare, in un frigo professionale, bag in box da 5-10-20 litri, piuttosto che dame o damigiane con il rubinetto.

Confronto tra bag in box da 10 litri e magnum

Un altro aspetto non indifferente è quello del prezzo: il bag in box offre infatti molti dei vantaggi dell’acquisto del vino in bottiglia (per i contenitori di piccole o medie capacità non è necessario provvedere all’imbottigliamento: il vino può essere consumato poco per volta anche senza travasarlo in bottiglia e senza che, come si è detto, il vino ne soffra) ma in effetti comporta per il venditore un bel risparmio su bottiglie, tappi ed etichette, quindi gli consente di vendere anche vini di qualità a prezzi più bassi rispetto a quelli applicati su bottiglie e magnum.

Un altro vantaggio deriva dalla chiusura con il tappo a rubinetto in materiale plastico: niente tappo di sughero significa nessun rischio di contaminazione da TCA ovvero che il vino “sappia di tappo” (per un check su vantaggi e svantaggi delle diverse tipologie di tappi per bottiglie di vino si veda Tipi di tappo: qual’è il migliore per il vino?).

Infine ricordiamo anche che il bag in box ha un ridotto impatto ambientale: sia per il peso e l’ingombro ridotto che minimizzano l’inquinamento dovuto al trasporto sia perché il riciclo del sacco e della scatola, separati e smaltiti nella raccolta differenziata, comporta emissioni di anidride carbonica contenute.

I difetti del bag in box

Dal punto di vista estetico il bag in box è privo di fascino e anche le sofisticate confezioni studiate da alcuni esportatori per il mercato del Nord Europa non sembrano troppo convincenti.

Bag in Box da 1,5 litri tratte da packagingoftheworld.com
“Fashion” bag in box (www.packagingoftheworld.com)

Nonostante le caratteristiche sopraelencate, il bag in box non è inalterabile nel tempo come il vetro quindi occorre consumare il vino conservato nel bag in box ancora chiuso in tempi brevi. Quindi ricapitolando quanto detto al punto precedente, noi ci sentiamo di raccomandare un periodo massimo prudenziale di 6-12 mesi per i vini rossi e di 3-4 mesi per i vini bianchi, anche se potrebbe essere che il vino si mantenga più a lungo più lungo.

Il bag in box è indicato solo per vini di pronta beva: non si fa affinamento nel bag-in-box! :-D
Inoltre, è adatto solo ai i vini tranquilli: proprio non va d’accordo con spuma e bollicine.

Bisogna inoltre precisare, in merito al raffreddamento in frigorifero che il tipo di confezione consente di riporre facilmente in frigo una quantità corrispondente a quattro bottiglie con un ingombro minimo, tuttavia i materiali di cui è costituito il bag in box tendono a limitare la trasmissione termica per cui, quello che in altre situazioni (quando vogliamo proteggere il nostro vino dagli sbalzi termici) potrebbe essere un pregio, se all’improvviso abbiamo la necessità di servire fresco il nostro vino bianco, si tramuta in un difetto perché, rispetto al tradizionale contenitore in vetro, ci vuole molto più tempo per abbattere la temperatura del vino.

Bag in box e vini di qualità: un ossimoro o un nuovo modo di accostarsi al vino?

Vini sfusi in bag in box

Sia chiaro, il bag in box “non va su tutto” (come il nero).
Non potete acquistare quel buon vino assaggiato mentre eravate in viaggio in bag in box (anche se nel bagagliaio c’entra che è una meraviglia e, anzi, lascia ancora molto spazio ai souvenir) per riassaporarlo a casa e rievocare anno dopo anno il genius loci: no, il genius loci lo potete rievocare solo a stretto giro.
Alla cena a casa di amici non vi farà fare bella figura, anche se il vino è buono e pure tanto.
E se volete sottolineare un momento davvero importante … difficilmente troverete nel bag in box un vino davvero all’altezza dei vostri giorni indimenticabili (e poi niente bollicine, ricordate?).
Ma per la quotidianità, per acquistare un buon vino a prezzi onesti e per mantenerlo al meglio per un tempo di consumo ragionevole, il bag in box è una soluzione pratica e sicura.
Il vino in bag in box ha cattiva fama? Sì, è vero. Ma non è per “colpa” dell’imballaggio in sé (che come abbiamo visto breve termine conserva il vino efficacemente) bensì perché a lungo molte cantine hanno ritenuto che l’immagine del bag in box “svilisse” il loro prodotto e quindi lo hanno rifiutato a prescindere, lasciando così che a utilizzare questo confezionamento fosse solo chi non aveva un vino di qualità e una corrispondente immagine di qualità da proteggere.
E in effetti, dal punto di vista dell’aspetto, il bag in box è più vicino ad evocare le confezioni in brick e quindi l’idea di una produzione industriale, asettica e di poco pregio, piuttosto che l’immaginario campestre, vivo e sensuale, ricco di cultura e tradizioni legato invece alla bottiglia e al tappo di sughero.
Tuttavia la praticità dell’imballaggio ha convinto molti consumatori (principalmente in Nord Europa e Canada), critici di prestigio (con post favorevoli anche sul blog enogastronomico del Times) e, di conseguenza, molti produttori (soprattutto all’estero dove le tradizioni che permeano la cultura del vino sono meno radicate) a “convertirsi” all’uso del bag in box. Tanto che a novembre 2013 l’Organizzazione Mondiale delle Dogane, rilevando un sempre crescente volume di vino commercializzato con questo tipo di imballaggio, ha istituito per il bag in box una categoria dedicata, emancipandolo definitivamente sia dall’apparentamento con il “vino in brik” che con il vino sfuso.
Ma già dal 2008 anche in Italia la legge consente di confezionare anche i vini DOC in bag in box, introdotta inizialmente con il Decreto Ministeriale 4 agosto 2008 firmato da Luca Zaia. Poiché, però, la decisione di avvalersi o meno di questa possibilità modificando i rispettivi disciplinari di produzione è devoluta ai consorzi di tutela, c’è voluto qualche anno prima che l’idea prendesse campo ed effettivamente iniziassero ad essere commercializzati un discreto numero di vini DOC.
Tuttavia, per i vini DOC sono indicati alcuni limiti per il “condizionamento in contenitori costituiti da un otre di materiale plastico pluristrato di polietilene e poliestere racchiuso in un involucro di cartone o di altro materiale rigido” (si legga “confezionamento in bag in box”):

  • la capacità nominale dell’imballaggio deve essere pari o superiore a 2 litri
  • non possono essere confezionati in contenitori alternativi i vini DOC che si fregiano di particolari
  • menzioni (“superiore”,“vigna”, “riserva”, “passito”, …) o “sotto-zone”

Il marchio DOC implica il rispetto da parte di chi effettua la coltivazione della vigna, la vinificazione e l’imbottigliamento di una serie di regole e vincoli restrittivi, definiti all’interno dei disciplinari di produzione. I vini DOC sono anche sottoposti a una valutazione sensoriale da parte di una commissione di esperti che verifica che il vino rispetti parametri organolettici predefiniti e sono soggetti a severi riscontri da parte degli organi di controllo. Un sistema complesso che nonostante talvolta sia sconfessato da frodi anche eclatanti o persino ricorrenti (come quella del “falso Brunello”) è generalmente efficace nel garantire un alta qualità del prodotto finale.

Quindi, ricapitolando, avete un fornitore fidato? Uno raccomandato da un amico che vi ha fatto assaggiare il suo vino? Uno da cui avete già acquistato vino in bottiglia o sfuso in damigiana con buona soddisfazione? Oppure, ancora, siete andati in cantina per vedere con i vostri occhi e assaggiare con le vostre papille? Bene, se per i prossimi acquisti state pensando di passare al bag in box, potete stare tranquilli: non vi deluderà.
Volete lanciarvi nell’acquisto di un vino nuovo per fare una nuova esperienza e il bag in box vi consente un po’ di risparmio? Giocate sul velluto: scegliete un vino DOC!

In questo momento, presso la nostra cantina sono disponibili in bag in box (da 5 o 10 litri) il nostro vino rosso da pasto e il rosso vivace (entrambi con una gradazione di 12% vol.) ma anche il rosso superiore (da 13,5% vol.) e il nostro vino bianco “La Suia”. Per saperne di più consultate la pagina dedicata alla vendita del vino in bag in box o contattateci direttamente per ricevere informazioni dettagliate.


Condividi questa pagina
condividi su facebook  condividi via email

Altri articoli che potrebbero interessarti:

Mezza bottiglia è meglio che niente: 5 buoni motivi per accontentarsi di 37,5 cl.

In un post arguto come sempre Dr. Vino (Tyler Colman, un pezzo grosso tra i wine blogger d’oltreoceano) riepiloga rapidamente cinque occasioni in cui scegliere la bottiglia da 37,5 cl.
Beh, ci ha quasi convinti.

(L’articolo originale completo in inglese è questo “Reader mail: what are half bottles of wine good for?”)

  1. Nella bottiglia piccola il vino invecchia  rapidamente. Ora questo non è un bene in sé, anzi, ma se vogliamo capire come evolverà un vino a cui siamo interessati, l’assaggio della mezza bottiglia può rivelarci interessanti anticipazioni
    .
  2. Vi piace poter abbinare il vino giusto a ciascuna portata ma non siete in otto a tavola? Con la mezza bottiglia molto probabilmente non dovrete gestire il vino avanzato.
    .
  3. Se non siete forti bevitori o magari c’è chi vi fa compagnia ma non volete rinunciare a pasteggiare con vino, la bottiglia da 37,5 cl fa il caso vostro.
    .
  4. C’è un vino che vi interessa da parecchio tempo ma il prezzo è molto alto e non riuscite a decidervi ad acquistarlo? Sebbene il prezzo al litro possa risultare ben superiore a quello della bottiglia classica, il costo unitario della mezza bottiglia è però sicuramente inferiore e può essere il giusto compromesso per non rinunciare a concedersi un piccolo lusso, anche se in versione mignon.
    .
  5. Quando acquistate una bottiglia da 37,5 cl. non gettate il vuoto: potrete utilizzarlo per riporvi il vino avanzato da una bottiglia classica. La vostra rimanenza colmerà quasi completamente la mezza bottiglia che, ben tappata, conserverà meglio e più a lungo il vino.